La redazione e i segreti dell’anima. Minonzio in dialogo con Sallusti
L’incontro. Aneddoti e citazioni letterarie per presentare il romanzo “Gli inascoltati”. «La verità non esiste, o non è conoscibile. Esiste solo la finestra da cui guardiamo fuori»
Lettura 2 min.Como
Il senso della vita, la vendetta e l’ambizione, la paura di essere dimenticati: è stato un dialogo ricco di aneddoti del mestiere intessuti di citazioni letterarie quello tra due giornalisti di lungo corso, Alessandro Sallusti e Diego Minonzio, ieri sera nella sede di via Parini di Confindustria Como. Dopo il saluti di Gianluca Brenna, presidente dell’associazione, i due narratori sono riusciti a far emergere la vera anima del romanzo “Gli inascoltati”, fresco di stampa per Polidoro che narra di un direttore di giornale e, in controluce, della vita. Con un’ironia lieve e grande complicità Sallusti incalza Minonzio, si svela così la tesi del romanzo ed emerge la verità universale sul destino di ognuno, segnato da piccoli eventi senza dignità di cronaca eppure immensi per la forza con cui incidono nella vita personale.
Sfumano sullo sfondo le grandi notizie che fanno la storia dell’umanità e giganteggia nel proscenio la piccola storia personale, intima, segreta, propria. Questa evidenza è la tesi di Diego Minonzio ed è raccontata nel contesto di una redazione che l’autore più volte e senza che nessuno ne avesse sospetto, sottolinea non essere quella di questa testata. Ed è in questo microcosmo che compaiono personaggi archetipi di ogni contesto di lavoro, grotteschi, a tratti buffi e drammaticamente veri.
Il direttore di Libero ha esordito citando Montanelli: «ci insegnava che l’importante dei libri non è affatto leggerli, ma comprarli. Pensavo sinceramente di fare lo stesso, invece ho iniziato a leggere le prime righe e sono dovuto arrivare fino alla fine. Questo racconto parla del nostro mestiere, ma parla soprattutto di noi».
Il libro si svolge nell’arco di una manciata di minuti, tanto basta perché i pensieri e i ricordi si affollino nella testa di un uomo giunto al traguardo. «Perché sei così cinico da costringerci a riflettere sul bilancio della nostra vita?» chiede l’intervistatore, perché nulla fa più paura della propria coscienza.
La replica dell’autore sposta il baricentro dai grandi eventi da prima pagina al mondo personale: «le esistenze degli esseri umani non sono affatto modellate dalle grandi notizie - spiega l’autore - ognuno di noi è segnato da qualcosa di microscopico, spesso accaduto quando si è bambini, che determina il nostro destino. Il primo bacio, l’amico dell’asilo, gli occhi di tua madre che si spengono. Sentiamo parlare di tragedie globali, ma basta un affetto, un legame familiare importante, un amico carissimo perché il resto del mondo scompaia nell’irrilevanza». È un’analisi sulla reazione cinica e terribile eppure naturale di fronte al male universale che finisce per lasciarci indifferenti. «È una forma di autodifesa».
Il confronto si sposta sulla verità, che per Minonzio è una finestra sulla realtà che, di fatto, è inconoscibile: «siamo gettati nell’esistenza senza sapere il motivo» argomenta lo scrittore. «La verità non esiste, o non è conoscibile. Esiste solo la finestra da cui guardiamo fuori». In questo scenario, le redazioni diventano il teatro di maschere pirandelliane, popolate da figure autoreferenziali mosse da dinamiche crudeli. L’autore ricorda con amarezza una collega ingiustamente presa di mira: «Era lo zimbello di tutti. Poi scoprimmo che aveva un curriculum straordinario. Se fossimo meno boriosi, capiremmo che ognuno possiede un talento specifico».
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