Gli ospedali cercano infermieri stranieri ma la burocrazia ostacola le assunzioni

Bisogna farsi riconoscere il titolo di studio, andare in ambasciata, tradurre i documenti, quindi iscriversi all’ordine professionale, pagare e trovare appuntamenti tra questure e prefetture. Di mezzo queste persone devono imparare bene la lingua, integrarsi a mille miglia da casa, trovare un appartamento a prezzi sostenibili, aggiornare le conoscenze professionali

Como

Permessi, rinnovi, carte bollate e appuntamenti dopo mesi, ospedali e ambulatori cercano infermieri stranieri, ma la burocrazia non aiuta le assunzioni.

Bisogna farsi riconoscere il titolo di studio, andare in ambasciata, tradurre i documenti, quindi iscriversi all’ordine professionale, pagare e trovare appuntamenti tra questure e prefetture. Di mezzo queste persone devono imparare bene la lingua, integrarsi a mille miglia da casa, trovare un appartamento a prezzi sostenibili, aggiornare le conoscenze professionali. Nel periodo più precario non possono viaggiare, in più faticano a ricongiungersi con figli e coniugi. Quindi firmato il contratto e ottenuta una certa stabilità occorre già pensare ai rinnovi.

«E’ sempre uno stress – racconta Kayli Vargas, giovane infermiera peruviana del Valduce – vale la data dalla richiesta di riconoscimento del permesso, non quella del ritiro, ogni volta però già a mesi dalla scadenza bisogna muoversi, domandare, chiedere appuntamenti senza ottenere risposte. Per pratiche non facili, sono procedure burocratiche, lente, iter che a volte ripartono da capo. Ritirati i documenti ho provato un forte senso di delusione». «Anche per me è stata una pena – spiega la collega Danisa Ventura, altra infermiera in forze a Como – nelle prime settimane non avevo nemmeno la copertura del medico senza tessera sanitaria. Poi anche grazie all’ospedale me la sono cavata, riuscendo a chiamare qui marito e figli. Ma per tutti noi è una sofferenza, è un iter costoso, lungo, da ripetere più volte e mai scontato. Il nostro gruppo di infermiere peruviane è venuto qui in Italia perché qui in Italia mancano infermieri, ma il sistema per chiamare professionisti a volte è scoraggiante».

Nel Comasco il sistema sanitario pubblico ha un vuoto pari a circa 250 infermieri, tra Rsa e accreditati il vuoto si aggira attorno ai 500 professionisti. Anche la Regione con una corsia preferenziale cerca di reclutare dall’estero personale, non sempre con successo. «Le norme immaginate qualche decennio fa frenano i nuovi arrivi, ora però visto il bisogno avremmo necessità di canali più rapidi – ragiona il presidente provinciale di Uneba Mario Sesana – è soprattutto l’inizio per noi enti che è complicato, tra ambasciate, documenti e appuntamenti, senza contare il bisogno di case per abitare e una migliore conoscenza linguistica necessaria questi operatori. Poi i rinnovi si fanno, certo questa gente ha bisogno di un aiuto». «Con i permessi come Ca d’Industria ce la caviamo – dice la direttrice Marisa Bianchi – gli ostacoli all’inizio però sono un problema reale, per esempio per il riconoscimento dei titoli, con le norme che variano da regione a regione. Anche per gli operatori socio sanitari confidiamo in nuovi canali più snelli, oggi ne abbiamo un grande bisogno rispetto alla fine dello scorso secolo».

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