I ragazzi a scuola: l’ansia e la fatica di gestire le emozioni

Salute mentale Il racconto di chi ascolta gli studenti negli sportelli di sostegno: il dovere di eccellere e il delicato passaggio tra infanzia e adolescenza

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«Parlare di emergenza è come gridare al lupo, ma poi la storia ci insegna che spesso si grida al lupo e il lupo non c’è, mentre quando c’è non lo vediamo» racconta Valentina Cecchi, psicologa e psicoterapeuta che da oltre un decennio lavora in più scuole superiori negli sportelli di ascolto.

Un luogo gratuito dove gli studenti possono dialogare con un professionista, ma anche un buon punto di vista da cui leggere le nuove generazioni. «Nel panorama di quelli che possono essere i motivi che spingono a venire da noi, ci sono tutti. Negli anni i contenuti sono tendenzialmente gli stessi, possono invece cambiare le modalità d’espressione - racconta la dottoressa Cecchi -. Se dovessimo generalizzare, tutti hanno avuto un attacco di panico, un episodio di ansia o una difficoltà nella gestione delle emozioni, tra cui la rabbia: aggredisco qualcuno o ho le cosiddette “crisi isteriche”. Poi c’è chi non riesce a concentrarsi, o chi ha un disturbo del comportamento alimentare». E il contesto fuori dalla scuola non aiuta: «Siamo in un momento storico che porta molti ragazzi a sperimentare un’efficienza prestazionale: devono sempre essere al massimo». La dinamica della performance connota da sempre l’ambiente scolastico, ma ora è rafforzata dal registro elettronico a portata del genitore. La dottoressa Cecchi riferisce persino di liceali che, se sentono di non riuscire a prendere un 8 o un 9, restano a casa.

Un altro filone di richieste da parte degli studenti è legato all’indagine sulla propria identità e sulle relazioni. «Quelli delle superiori sono anni che, prima con il passaggio dalle scuole medie e poi con l’entrata in nuovi contesti, sollecitano molto. Ci si domanda chi si è, o come si vorrebbe essere, magari non ci si riconosce più in quel percorso scolastico e lo si percepisce come errore». I cambiamenti di quell’età «spesso impattano anche sugli avvicendamenti familiari, oppure possono esserci delle situazioni all’interno del contesto familiare che richiedono attenzione, dove noi non bastiamo». Lo sportello scolastico va infatti immaginato come un primo punto d’accesso, che può rimanere tale o suggerire, se c’è bisogno, verso un percorso più strutturato al di fuori.

Certo, lo stereotipo culturale di parlare con un terapeuta è «duro a morire» e rimane il timore che alcuni compagni lo sappiano, ma qualche segnale buono c’è: «Vedo che sta diventando sempre di più una richiesta personale. Se penso ai miei primi anni di sportello, l’accesso era spesso “obbligato” dalla dirigente, dagli insegnanti o dalla famiglia. Invece adesso tanti vengono su propria iniziativa, magari perchè un altro compagno si è trovato bene». E non è un fatto trascurabile perchè «se l’accesso viene richiesto dalla persona stessa abbiamo più possibilità di costruire qualcosa di efficace».

C’è una parola che ricorre spesso nella telefonata con la dottoressa Cecchi, ma anche in quella con Cristina Pellegrini, e Matteo Cappellini, entrambi psicologi e psicoterapeuti del centro Jonas di Como. La parola è: ansia. «Il Covid, più gli eventi successivi, come le guerre, l’insicurezza dello scenario mondiale ed europeo, sono cose che magari i ragazzi non ti raccontano in maniera cosciente, ma che risuonano nella loro insicurezza. Rispetto al futuro, non hanno uno sguardo sereno e faticano ad accettare di non avere il controllo» raccontano. Insomma, si assorbe l’incertezza generale e la si declina negli aspetti della propria vita: la scuola, il rapporto tra pari, quello con la famiglia. Chi lavora negli sportelli d’ascolto racconta anche della questione delle etichette e delle auto-diagnosi incoraggiate dai contenuti social. O degli strumenti di controllo che, adottati dai genitori, finiscono per minare la fiducia dei giovanissimi.

Il dottor Cappellini aggiunge che in alcuni istituti comprensivi, la formula dello sportello parte già dalle elementari: «La quinta coincide con un’età in cui i ragazzini sono ancora nel ciclo della primaria, e quindi molto aperti a ciò che il mondo adulto gli propone, inoltre non hanno ancora sviluppato il pregiudizio e sanno che possono prendere la parola e che ciò che dicono conta». Poi, tra la quinta elementare e la prima media sono i genitori stessi a vedere per primi il loro cambiamento, dalla postura al modo di vestirsi. «Osserviamo anche un anticipo della preadolescenza, dal punto di vista biologico e psichico, incoraggiato dal contesto sociale».

Impossibile dare dei consigli a chi è genitore, però una dritta c’è: «Restare sintonizzati con il cambiamento del figlio, serve una grossa capacità di mettersi in discussione. Finita l’infanzia, l’adolescente deve fare un processo di ricostruzione della propria vita, parallelamente anche il genitore deve farlo». Insomma, bisogna «entrare nell’adolescenza del figlio sapendo che se ne uscirà entrambi diversi». E nel cammino «riconoscere che è fatto di tantissimi ostacoli che non possiamo togliere per favorire quel percorso - conclude la dottoressa Cecchi -. Possiamo stare a fianco nel momento in cui la persona lo incontra, ma deve trovare lei il modo di toglierlo, circumnavigarlo o decidere di cambiare strada. Altrimenti è come se l’istruttore di guida ti insegnasse solamente ad andare in autostrada, e poi scoprissi che non hai mai imparato a sterzare».

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