Il cardinale torna tra i suoi fedeli. Sorrisi dopo la convalescenza

Fede Il vescovo Cantoni in Duomo per il pontificale di ieri mattina a un mese e mezzo dalla polmonite. «Un festa di famiglia» dice, prima di celebrare i Santi che hanno lottato per i poveri e i sofferenti

Durante la processione iniziale del pontificale di Tutti i Santi, è il sorriso a contraddistinguere il volto del cardinale Oscar Cantoni. A un mese e mezzo dal ricovero in ospedale per una polmonite, seguito poi da una lunga convalescenza sul lago, il vescovo di Como è tornato a celebrare pubblicamente, presiedendo in Duomo quella che ha definito «una vera festa di famiglia». Decisamente grande la gioia per il fatto di essere tornato in mezzo al suo popolo. E azzeccate le parole dell’antifona d’ingresso: “Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando questo giorno di festa”.

Accanto al cardinale, ieri hanno concelebrato monsignor Ivan Salvadori, vicario generale della Diocesi, e monsignor Flavio Feroldi, arciprete della Cattedrale. E, ancora, monsignor Isidoro Malinverno, canonico del capitolo, monsignor Gianluigi Maloberti e don Roberto Secchi, segretario particolare del vescovo.

«I santi sono i nostri modelli: non eroi irraggiungibili, ma solo profondamente umani, come Dio ci ha creati, creature limitate, deboli e fragili, eppure pieni della forza d’amore. La vera avventura personale, ci ha ricordato Papa Francesco, è quella che si costruisce a partire dal cuore».

La ricorrenza ha messo al centro «le tante persone che costituiscono la Chiesa di lassù e continuamente lodano la Santissima Trinità Misericordia», ha detto il cardinale. «Si tratta di “una moltitudine immensa”, proveniente da ogni parte della terra, di ogni epoca della storia, persone molto diverse tra loro, eppure tutte unite in un unico canto di lode e di festa. Esse gioiscono per la salvezza concessa dal Signore, che le ha chiamate a partecipare alla pienezza della vita senza fine, frutto della sua risurrezione da morte». In altre parole, i santi «hanno imparato a fare del Vangelo la guida che illumina il loro mondo interiore e quindi le loro scelte. Hanno vissuto non alla ricerca della loro gloria e non hanno approfittato della amicizia con il Signore per far emergere loro stessi. Nello stesso tempo hanno saputo ascoltare gli appelli del loro tempo, coniugando fede e storia, spendendosi attivamente nel loro ambiente per contribuire a edificare la realtà nuova e vivificante del Regno di Dio». Cantoni ha ricordato in particolare i «santi che a Torino, nel 1800, hanno di fatto mobilitato la città nella lotta alle grandi sofferenze dei poveri, realizzando in pochi decenni opere di avanguardia sul fronte della cura dei malati, dei giovani, dei carcerati».

L’esempio di Giuseppe Cottolengo, Giovanni Bosco, Giuseppe Allamanno, Giulia e Tancredi di Barolo e Giuseppe Cafasso, secondo l’elenco fatto ieri in Duomo dal vescovo, è davvero centrale. «Segno che manifesta di quale mondo può nascere se noi lasciamo operare la carità di Dio dentro le strutture della società, quale novità di vita può svilupparsi se noi poniamo l’amore fraterno a fondamento del nostro vivere e operare».

Da qui, una provocazione per «riprendere nuova forza per vivere e così aspirare alla santità», come ha detto il cardinale. «Pare che i santi ci dicano così: “Se ce l’abbiamo fatta noi, perché non potreste farcela anche voi?».

Quest’oggi, nella commemorazione dei fedeli defunti, il vescovo presiederà in Duomo alle 10 l’Eucarestia in suffragio dei vescovi e dei canonici scomparsi. Alle 15, invece, celebrerà al cimitero monumentale.

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