Il “ricco” parrucchiere. Fatto a pezzi per soldi da quei bravi ragazzi

Ponte Chiasso Vito Pisciotta, massacrato 25 anni fa a coltellate da due giovani: volevano derubarlo dei 14 milioni di lire nel borsello

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Non per la fame, ma per prendere una scorciatoia. Non il necessario per sopravvivere, ma il superfluo per farsi notare. Non per la disperazione, ma per la disperata assenza di valori “altri”, che non siano i soldi e il possesso. Non il bisogno, ma il capriccio.

In ogni delitto c’è una scelta da compiere. Una scelta che viene compiuta. Che non è solo scegliere tra il male e il bene. O tra il giusto e lo sbagliato. Ci sono anche altre scelte più sfumate. E sono scelte che ci separano dall’abisso. Un assassino comincia a farle ben prima dell’atto conclusivo. Ben prima del colpo di pistola. O del coltello che affonda nelle carni e tra le ossa.

La scelta costata un futuro al barbiere di Ponte Chiasso Vito Pisciotta è di quelle che non dovrebbe neppure porsi: o la borsa o la vita.

La vittima

Il signor Vito non ama le banche. È di quelle persone “vecchia maniera” convinte che i soldi sia più sicuro tenerli nel materasso o, nel suo caso, in un borsello nero. Che lui non si prende neppure la briga di nascondere.

Vive di cose essenziali: un divano o un letto sul quale stendersi, un paio di poltrone per far accomodare i clienti ai quali fare barba e capelli, una televisione costantemente accesa, possibilmente sullo sport, il giornale e il caffè la mattina. Vito Pisciotta è un uomo abitudinario. Nato nel 1938 a Mazara Del Vallo, in Sicilia, aveva scelto Como quale sue casa adottiva ormai da quarant’anni. Anzi, non Como: Ponte Chiasso. Quel quartiere di confine e al confine. Un quartiere di passaggio e di cambiamenti. Di gente semplice e viaggiatori frettolosi.

Separato dalla moglie, non è particolarmente alto: un metro e sessanta soltanto. Robusto, gli occhi scuri, si aggira con i capelli pettinati quasi un tentativo di coprire una calvizie che, evidentemente, giudicava un biglietto da visita poco consono per un barbiere.

Nell’estate del 2001, quando il suo cuore smette per sempre di battere, Vito ha appena compiuto 63 anni. Nel quartiere lo conoscono tutti. Lo conoscono le ragazze del bar vicino. Lo conoscono i giovani e gli stranieri che, nelle serate in cui ci sono le partite alla televisione, si fermano a guardarle da nel negozio di Vito.

Il signor Pisciotta è anche un abitudinario. Caffè al bar la mattina, prima di alzare la saracinesca del suo parrucchiere. Quindi l’acquisto del giornale e l’apertura del negozio. La tv costantemente accesa. Lui sul divano in attesa dei cliente con il quotidiano in mano.

Eppure, a dispetto di tanta abitudinarietà, per giorni nessuno si è chiesto come mai la saracinesca del barbiere di piazza XXIV Maggio restasse chiusa per tutto il giorno. Anche perché il signor Vito non era tipo da prendersi delle vacanze.

La scomparsa

Piazza XXIV Maggio, in verità, non è neppure una piazza. Ma un parcheggio stretto attorno a un’aiuola scarsamente curata. Tutto attorno tentativi di imprese commerciali. Il panettiere. Il bar. L’hotel a una stella. E, appunto, il barbiere. La Svizzera dista meno di una trentina di passi. La vetrina del parrucchiere si affaccia sui finanzieri e i poliziotti impegnati a osservare le auto che passano dalla dogana.

La mattina di venerdì 24 agosto annuncia una giornata calda. Una delle ultime delle estate. Sicuramente soleggiata. Una conoscente del signor Vito passa davanti alla saracinesca chiusa del parrucchiere e si chiede: “Perché?”. Una settimana intera di chiusura è quantomeno sospetta. L’ultima volta che Vito Pisciotta ha chiuso bottega era il sabato precedente, il 18 agosto. La donna decide che è il momento di chiedere l’intervento di qualcuno. Che magari quell’uomo di poche parole, riservato ma gentile, abitudinario, che un poco si vergognava della calvizie, potrebbe essersi sentito male. Così arrivano i Vigili del fuoco. Che forzano l’ingresso. E spalancano le porte sull’orrore.

Il corpo

Vito Pisciotta è a terra, nel suo negozio. Tra il divano e le poltrone che hanno fatto sedere centinaia e centinaia di clienti. Ha il volto coperto da un cuscino e il torace fatto letteralmente a pezzi, con un coltello. Addosso solo un paio di mutande. In bocca uno straccio, cacciato a fondo nella gola dagli assassini per farlo tacere.

La Polizia arriva e inizia a indagare.

La scena del crimine è caotica. Segno di un delitto non premeditato. Per nulla studiato. Forse messo in conto, ma non organizzato. Sembra quasi di vederlo cos’è successo: il barbiere sorpreso da uno o più aggressori mentre è sdraiato sul divano a guardare, al solito, la televisione. Quindi la colluttazione e le coltellate. Con lo straccio e il cuscino per attutire le urla.

Ed è anche chiara un’altra cosa: Vito Pisciotta è stato derubato. Il suo borsello, quel borsello da cui non si separava mai, quel piccolo forziere dove non faceva mistero di tenere grandi quantitativi di denaro, non c’è più.

Mentre gli uomini della Polizia scientifica sono a traccia di possibile impronte, i detective della Squadra mobile non perdono tempo. Primo: trovare tutti i parenti, gli amici, i conoscenti, i collaboratori, i vecchi dipendenti e sentirli come testimoni.

La Questura si popola. Non meno di una ventina di persone vengono prese a verbale. Le solite domande: aveva nemici? Chi sapeva di quel borsello pieno di soldi? E voi dov’eravate nel fine settimana precedente? Perché è chiaro che il signor Pisciotta dev’essere stato ammazzato dopo la chiusura del negozio sabato sera e prima della riapertura il martedì successivo.

Il delitto

Nel gruppone di testimoni, anche tre ragazzi. Un minorenne, in passato ha lavorato con Pisciotta. La sua ragazza, pure lei aveva lavorato con il barbiere. E Marino, un loro amico di 22 anni.

Ognuno viene sentito separatamente dai poliziotti. Se non sei un killer professionista. Se non sei uno che lo fa per abitudine. Se non sei un sofisticato e freddo calcolatore. Beh, prima o poi cadi. E già nel pomeriggio i poliziotti capiscono che il terzetto non la racconta giusta. Si contraddicono sugli spostamenti. Si contraddicono sull’alibi. Si contraddicono su quelle spese fatte recentemente: dei bei vestiti nuovi. Comprati con quali denari?

La prima a crollare è la ragazza. Non tanto perché coinvolta nel delitto. Ma perché ha saputo, dal fidanzato. Poi crollano anche il ragazzino e Marino. Sì, Vito Pisciotta lo hanno ucciso loro. Il delitto risale a domenica sera.

Il barbiere era steso sul divano a guardare la tv. Proprio come immaginavano i detective. Marino ha un coltello a serramanico in mano: venti centimetri d’arma, sei dei quali di lama micidiale. Salta addosso all’uomo per immobilizzarlo, mentre il più giovane, 17 anni soltanto, dà la caccia a quel borsello che conosce fin troppo bene. Quel borsello che lui ha sempre visto gonfio di soldi. Quel borsello che possono portarsi via facilmente. Perché non immaginano che, invece, il signor Vito provi a reagire. Si metta a urlare. E siccome ogni delitto è fatto di una miriade di scelte prima di quella fatale, vivere o morire, quando la vittima reagisce è ormai già troppo tardi per poter avere un’opzione diversa.

Marino lo colpisce con un coltello. Un volta. E poi un’altra. E un’altra ancora. Alla fine sono almeno sei i fendenti tutti al torace. Tutti inferti con violenza brutale. Quasi con rabbia. Con furia.

Dopo l’omicidio sono fuggiti dalla porta sul retro, con il famoso borsello. Dentro c’erano 14 milioni di lire. Oggi quei contanti avrebbero il potere di acquisto dell’equivalente di 11mila euro. Imboccano l’autostrada con l’auto e prendono per Lazzago. Lungo il viaggio lanciano fuori dal finestrino tre catenine d’oro prese alla vittima, il borsello (vuoto ovviamente), il coltello. Li faranno ritrovare dopo essere crollati e aver confessato ai poliziotti e al magistrato della Procura.

Ammettono anche che, quando nei giorni immediatamente successivi non sentono notizie sul ritrovamento del corpo dell’uomo che hanno ammazzato, si sono sentiti così al sicura da aver cominciato a spendere i soldi rubati al barbiere. Per comprarsi dei vestiti buoni. Il superfluo per una vita umana.

Quei “bravi ragazzi” trasformati in belve feroci per una manciata di contanti da dilapidare in vanità. Aveva ragione quel rocker, che proprio in quel 2001 ritornava a girare il mondo con la sua vecchia band: il povero vuole essere ricco... il ricco vuole essere re... e il re non è soddisfatto fino a che non comanda su tutto quanto.

Il minorenne sarà condannato a nove anni e mezzo di carcere. Marino a 12 anni e mezzo. In piazza XXIV Maggio non ci sarà mai più un negozio di parrucchiere.

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