Inps, notizie sbagliate alla contribuente: «Correttezza violata: ne paghi le spese»

La sentenza L’ente dà informazioni fuorvianti poi chiede i danni per l’errore che ha causato. Il giudice: «Lo sbaglio della pubblica amministrazione non può essere fatto pesare sul cittadino»

Lettura 1 min.

Se un ente pubblico fornisce un’informazione sbagliata al cittadino, non può farne pagare le conseguenze proprio su colui che vi ha fatto affidamento. È il senso della sentenza con cui il Tribunale di Como ha accolto il ricorso presentato da una commerciante comasca, che si era vista notificare dall’Inps una sanzione da 10mila euro a titolo di restituzione di una indennità alla quale non aveva diritto.

La storia affonda le sue radici a più di nove anni fa quando una donna perde il lavoro e ottiene l’anticipazione della Naspi, l’indennità mensile di disoccupazione, per poter avviare un’attività commerciale. L’Inps le versa 10.500 euro, ma l’avventura dura poco. Un anno più tardi, infatti, il negozio chiude a fronte di 70mila euro di investimenti e incassi complessivi della metà: appena 35mila euro.

Nel giugno dello stesso anno la donna trova un nuovo posto di lavoro, come dipendente, presso un centro benessere di Milano. Ma prima di accettare chiede all’Inps se - temporalmente - può effettivamente rientrare nel mondo del lavoro senza dover restituire la somma anticipata per la Naspi. L’Inps risponde velocemente e dice: nessun problema, se l’assunzione scatta dopo una certa data. La donna aspetta e dieci giorni dopo quella data viene effettivamente assunta e inizia nella nuova occupazione.

Cinque anni più tardi la (decisamente spiacevole) sorpresa. L’Inps pretende dalla contribuente la restituzione della somma data come anticipo della Naspi. E questo perché il giorno esatto per evitare di dover ridare i 10mila euro scattava effettivamente il giorno successivo l’avvenuta assunzione. Riassumendo: per una sovrapposizione di un solo giorno, l’Inps ha richiesto la restituzione dell’intero anticipo Naspi, dopo aver però comunicato alla lavoratrice una data che avrebbe dovuto metterla al riparo da questa conseguenza.

La donna non ci sta. Si rivolge a un legale e presenta ricorso davanti al giudice civile di Como. Che, nella sentenza, non concede molti sconti all’Inps. E dice: «L’azione amministrativa, anche nel fornire informazioni, deve essere connotata da correttezza e buona fede che, nel caso di specie, sono state violate e le cui conseguenze (negative) non possono ricadere sul contribuente».

Ma la giudice critica anche la mancanza di motivazione della richiesta di restituzione, nella quale l’Inps si limitava a sostenere che mancavano i requisiti di legge, senza specificare perché.

La sentenza ha accolto integralmente il ricorso e ha pure condanna l’Inps a pagare 1.492 euro di spese legali. Sul tema, comunque, già la Corte costituzionale, due anni fa, aveva stabilito che la restituzione integrale della Naspi anticipata può risultare sproporzionata quando l’attività imprenditoriale sia divenuta impossibile per cause sopravvenute non imputabili al lavoratore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA