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Scuola. La Regione ha avviato le procedure per reclutare i prof vincitori di concorso. Per i fuorisede c’è il problema delle spese per trasferirsi: «Servono misure di welfare»
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Mentre le classi, tirate giù le tapparelle, si preparano ai mesi del buio estivo, in realtà esiste un luogo in cui queste settimane si lavora a pieno regime, per garantire le lezioni al via a settembre.
È l’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia dove, nella serata di martedì scorso, sono partite le procedure di reclutamento dei docenti vincitori delle procedure concorsuali finalizzate alle immissioni in ruolo. Il numero chiave del lavoro che verrà fatto da qui a settembre è 858, che corrisponde alle cattedre disponibili nella provincia di Como per l’anno scolastico 2026/2027. Sono così suddivise: 39 posti nella scuola dell’infanzia, 525 nella scuola primaria, 123 nella scuola secondaria di primo grado e 171 nella scuola secondaria di secondo grado.
Di questi 858 posti totali, però, non tutti verranno coperti con contratti a tempo indeterminato: «Non devono essere confusi con il numero delle future immissioni in ruolo.» spiega il professore Giacomo Mazzei, dirigente provinciale dello Snals Confsal (sindacato autonomo che rappresenta il personale dell’istruzione e della ricerca). Toccherà infatti a Roma, con un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze, la determinazione del contingente effettivo assegnato a ciascun territorio. «È quindi prevedibile che una parte consistente delle disponibilità confluisca nelle graduatorie provinciali per le supplenze» continua Mazzei.
Ma al di là di qualsiasi cifra in mano agli uffici scolastici, è chiaro che il tema delle cattedre, che si ripresenta ogni anno, non si può raccontare con un numero e basta. Perchè 858 sono posti, ma prima di tutto persone, reclutate anche al di fuori della Lombardia. Insomma, gente che per lavorare nel Comasco deve poterselo permettere economicamente, a partire dalla casa. «La provincia di Como presenta un costo della vita e dell’abitare tra i più elevati della Lombardia - denuncia il professor Mazzei - Per molti docenti, soprattutto quelli provenienti da altre regioni, la scelta della sede è oggi strettamente legata alla sostenibilità economica del trasferimento. Affitti elevati, difficoltà nel reperire alloggi e costi di mobilità rischiano di ridurre l’attrattività del territorio, con ripercussioni sulla stabilità degli organici e sulla continuità didattica».
Non sono gli unici: sulla stessa barca dei docenti ci sono anche il personale sanitario e gli autisti degli autobus, due tipologie di lavoratori carenti sul Comasco anche per via del caro vita. «Come sindacato continueremo a chiedere che il nuovo contratto introduca misure di welfare dedicate ai docenti fuori sede: incentivi per l’abitare, sostegno alla mobilità e strumenti che rendano realmente sostenibile l’accettazione di un incarico in territori ad alto costo della vita». Quando ciò non avviene, le conseguenze a settembre si vedono eccome: l’anno scorso, sia in città che in provincia, in particolare negli istituti superiori, ancora a ottobre risultavano delle cattedre scoperte. Criticità si erano viste, pure alle scuole elementari, con l’assegnazione degli insegnanti di sostegno: troppo pochi rispetto alla domanda.
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