(Foto di archivio)
Ponte Chiasso La Corte di Cassazione conferma la pena a 1 anno e 4 mesi per tentata induzione indebita - Sotto accusa un uomo che aveva tentato di spaventare un commerciante per liberare per sé un parcheggio
Como
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un uomo di 58 anni finito a processo con l’accusa di tentata induzione indebita a dare utilità, per aver istigato un finanziere a far pressione su un commerciante di Ponte Chiasso affinché liberasse il suo posto auto a proprio vantaggio.
Diventa definitiva la condanna per Sandro Raffio, originario di Benevento ma residente a Como, protagonista nel novembre di sei anni fa di un episodio che fece molto scalpore per le modalità, più che per la gravità del reato. La vicenda poi finita a processo, infatti, aveva coinvolto anche un appuntato della Guardia di finanza il quale si era prestato - secondo le sentenze che lo hanno giudicato colpevole - a far irruzione in un bar di via Brogeda per chiedere spiegazioni per chiedere al titolare, un cittadino straniero, spiegazioni sul diverbio avuto con un uomo e con una donna per via del parcheggio.
Durante quel diverbio, che risale alla mattina del 19 novembre 2020, Sandro Raffio (che era in compagnia della moglie, quest’ultima cugina dell’appuntato della Gdf condannato) contesta al titolare del negozio la titolarità del posto dove quest’ultimo lascia l’auto in sosta.
È una lite che, secondo quanto ricostruito nei processi, non si esaurisce in uno scambio acceso, ma lascia una traccia più profonda. Durante quel confronto, riferisce l’esercente agli investigatori, Raffio non si era infatti limitato a protestare. Queste le parole a lui contestate: «Ti faccio vedere io… vedrai che ti chiudo la tua ditta». E ancora: «Ti mando qualcuno, che ti diventa un casino».
E in effetti, nel pomeriggio, ecco presentarsi al bar Salvatore De Cicco, appuntato scelto della finanza, cugino della moglie di Raffio. De Cicco arriva al bar utilizzando l’auto di servizio (da qui per lui la condanna per peculato d’uso) e la paletta. Si qualifica dicendo di essere l’inesistente luogotenente Marco Lupi.
Il tono è intimidatorio. Le parole, secondo la ricostruzione accolta dai giudici, vanno nella stessa direzione di quelle pronunciate da Raffio: pressioni e minacce, fino a prospettare conseguenze sull’attività commerciale. L’obiettivo è costringere il barista ad accettare che l’auto della moglie di Raffio venga parcheggiata nel posto di sua proprietà e, più in generale, piegarlo a quelle pretese.
Raffio, nel corso del processo davanti al Tribunale di Como, aveva ammesso di aver parlato con il cugino della moglie dopo il litigio, sostenendo però di aver chiesto solo un “consiglio”. In primo grado la sentenza fu a lui favorevole: assolto perché non era stato dimostrato che fosse stato lui a sollecitare l’intervento del finanziere, lasciando aperta l’ipotesi che l’iniziativa potesse invece essere partita dalla moglie.
In secondo grado, però, il Tribunale di appello ribalta tutto quanto e condanna l’uomo a 1 anno e 4 mesi di reclusione. Il suo ricorso è stato respinto anche dalla Suprema corte di Cassazione, nella cui sentenza di legge come in primo grado siano stati «trascurati elementi oggettivi e concreti».
C’è un elemento che i giudici ritengono decisivo: la continuità tra i due momenti. La lite iniziale e l’intervento successivo, stando alla sentenza, non sono episodi separati. «Le parole pronunciate da Raffio trovano una realizzazione concreta nell’azione di De Cicco». Non solo nei tempi ravvicinati, ma nel contenuto stesso delle minacce, che coincidono. Anche perché «De Cicco non aveva alcun motivo per intervenire di sua iniziativa».
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