«La mia vita tra i bimbi, che gioia curarli
e vederli crescere»
Intervista Mario Barbarini, direttore della Uoc di Neonatologia-Terapia intensiva neonatale dell’ospedale Sant’Anna di Como
Ci sono vite che iniziano circondate dal calore di una grande famiglia e altre che, nelle quattro pareti di una culla riscaldata, si fanno strada tra schermi e bip sonori. Quando entra nella Terapia intensiva neonatale, oltre al camice, il dottor Barbarini porta con sè le storie di centinaia di bimbi. E le pareti, che prima erano bianche, si popolano di montagne, prati, cascate e persino un arcobaleno. Un dono di Abio Como che, a differenza di quanto accade in Pediatria, non è destinato ai bimbi, ma ai loro genitori, che passano ore ad accarezzarli sul proprio petto.
Quando un bimbo o una bimba arrivano da voi?
Per tanti motivi diversi, più o meno complicati. Si va dal neonato pretermine tardivo che resta per qualche giorno in osservazione, al neonato molto prematuro, a quello che nasce con una patologia cronica o genetica. Capitano poi bimbi con infezioni silenti che hanno interessato la placenta, o che nel momento del parto hanno avuto bisogno di essere intubati.
In un anno, quanti sono?
Circa 200-250.
La scorsa settimana avete dimesso la piccola E. nata con un peso di 600 grammi: è un caso raro?
Abbiamo avuto neonati anche di 350 grammi, si tratta di casi limite delicati da gestire. Però non conta tanto il peso, piuttosto l’età gestazionale. Le linee guida stabiliscono che tra le 37 e le 42 settimane si tratta di un nato a termine. Il prematuro invece va dalle 23 fino alle 36 settimane, ma è uno spettro, che parte dagli “extremely low birth weight infants” (Elbw), cioè gli estremamente prematuri.
Come descriverebbe la Tin a chi non la conosce?
Ora ha 15 posti tra intensiva e post-intensiva. C’è un corridoio che la collega all’area delle sale parto. Di fatto qui siamo parte dello stesso reparto che accoglie i neonati sani e quelli con patologie minori. Siamo 12 medici in rotazione e lavoriamo con una sessantina tra infermieri, ostetriche e puericultrici.
Oltre alle culle però, ci sono anche delle poltrone...
Sono per le mamme, che possono accedere liberamente 24 ore su 24. Fa bene a loro e ai bimbi. Qui incoraggiamo il contatto pelle a pelle, perché aiuta lo sviluppo psicofisico e ripristina quel legame che, non essendo sempre insieme, manca. Lo fanno sia le mamme che i papà, sdraiandosi su queste poltrone e tenendo il proprio bimbo sul petto.
Che emozioni circolano qui dentro?
Si immagini un genitore pronto a festeggiare la nascita, che si ritrova paracadutato tra luci e tubi. Certo, a volte il segnale che il neonato nascerà prematuro c’è, e allora si dialoga con i genitori per prepararli al ricovero. Però pensi a quei neonati che magari vengono ricoverati dopo 1 o 2 giorni. È un trauma importante. C’è lo stress legato alla sopravvivenza del bimbo, e la consapevolezza che il percorso verso la dimissione non è mai lineare. Ancora peggio se la famiglia abita lontano da qui, o se ha un altro figlio a casa.
Come funziona la “giornata tipo”?
Iniziamo alle 8.30 con il giro, parliamo di com’è andata la notte e impostiamo il lavoro per la mattina e il pomeriggio. Alle 13.30 si fa il contro-giro per valutare novità e impostare il resto della giornata fino al mattino dopo. Oltre che seguire i bimbi ricoverati, la squadra si occupa anche dello Sten, cioè il servizio di trasporto 24 ore su 24 per andare a prendere neonati che si trovano in altri ospedali o nati in casa. Siamo l’unica Tin su Como.
Come si nutrono i bambini?
Dipende da età gestazionale e stato di salute. I più piccoli ricevono la nutrizione parenterale attraverso la vena ombelicale. Poi si passa ad un accesso periferico. E poi c’è il latte. A questo proposito incoraggiamo le mamme nell’estrazione del colostro. Anche quando è poco, è preziosissimo per la maturazione del bimbo.
Di fatto condividete le giornate con loro: cosa provano le mamme?
Hanno spesso un forte senso di colpa, credono di non essere state capaci. Noi le rassicuriamo, anche con un supporto psicologico, ma ci vuole tempo.
E i papà?
Hanno reazioni più diversificate, alcuni si dimostrano molto vicini alla partner. Avere un figlio alla Tin è una situazione che crea fragilità nella coppia, a volte provoca proprio il disfacimento della famiglia. Dobbiamo cercare di sostenerli il più possibile.
La dimissione come viene vissuta?
Non è mai uno stacco netto, ma un passaggio graduale, a cui i genitori arrivano con una preparazione. Va detto che, anche se la famiglia parte da qui, segue un percorso in cui incontra anche i colleghi delle altre specialità. Consideri che chi nasce sotto le 28 settimane gestazionali viene seguito fino a 6 anni con controlli periodici. E allora le infermiere diventano quasi delle zie.
Dottor Barbarini, parliamo di lei: come ci è arrivato qui?
Io da giovane non sapevo nulla della Tin, volevo fare il pediatra. Poi però la rotazione durante la specializzazione ti porta ad innamorarti di un reparto. Ai tempi studiavo a Pavia e avevo chiesto la tesi in Pediatria. Non riuscivo ad ottenerla, quindi un mio amico mi suggerì la patologia neonatale. Mi dicevo: «Faccio questa tesi ma poi faccio il pediatra».
Non è stato così...
Dal 5° anno ho iniziato ad occuparmi di neonati e non ho più smesso. Prima di arrivare a Como ho lavorato per 10 anni al San Matteo di Pavia, poi alla Mangiagalli e a Cantù.
C’è questa idea che per fare il suo lavoro bisogna avere il famoso “distacco emotivo”: cosa ne pensa?
Un mio maestro diceva che «il pediatra è l’avvocato difensore del bambino». Ha il compito di difendere sempre i suoi interessi, dalle scelte più piccole a quelle più grandi, con più serenità possibile. Quando muore un bambino, è un trauma per tutto il personale. Non mi vergogno di dirlo: ho pianto più volte. A volte senti di aver perso. Con gli anni un po’ ti tempri, ma siamo persone. E le ore passate con quel bimbo e i suoi genitori non possono lasciarti indifferente.
Al di là del camice, cosa le ha dato questo mestiere?
Da giovane ciò che mi entusiasmava era muovere le mani, fare, trovarmi dei bambini piccolissimi e curarli. Con l’età questa ebbrezza ha lasciato il posto all’emozione di rivedere quegli stesi neonati da grandi. Una di loro, nata che pesava 600 grammi, mi ha invitato alla sua laurea.
C’è qualche storia che le è rimasta impressa?
Sono troppe per sceglierne una.
Ma c’è qualcosa che non le piace?
La burocrazia, è asfissiante. E poi la questione del personale. Nel nostro reparto gli infermieri fanno l’80% del lavoro e ci vogliono anni per formarli. Uno non vale uno, bisogna avere il tempo di crescere e appassionarsi. Invece nella nostra zona c’è una fuga continua dei giovani. Per quanto mi rattristi, è comprensibile, perché è un lavoro difficile che non viene pagato adeguatamente.
Secondo lei perché un medico sceglie di fare il medico?
Bella domanda, non credo ci sia una sola risposta. In molti lo fanno seguendo i genitori, anche se i miei facevano tutt’altro e sono cresciuto tra le viti dell’Oltrepò. Però in effetti mia figlia mi ha seguito nella professione ed è specialista in psichiatria. Avrei scelto altro, però lei è contenta.
E lei invece, è contento?
All’epoca non avevo dubbi e ora, tornando indietro, mi rendo conto che questo è l’unico lavoro che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella vita.
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