La ’ndrangheta non usa solo le minacce. Ben 200mila euro per far tacere il pentito

Il processo Dagli archivi del Tribunale emerge il tentativo di salvare il boss Bartolomeo Iaconis. Offerto denaro ai famigliari di Nocera. La metà per ritrattare, l’altra in caso di assoluzione

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Non soltanto minacce, intimidazioni e violenza. Per provare ad aggiustare un processo e salvare il boss, la ’ndrangheta è pronta anche a mettere sul tavolo denaro contante. E non pochi soldi: centomila euro per una ritrattazione, altri centomila in caso di assoluzione.

Il processo

Dagli archivi del Tribunale di Como emerge una vicenda inedita, sulla presenza pervasiva della criminalità organizzate sui nostri territori e sulle dinamiche utilizzate dai clan per far pressione per fermare la macchina della giustizia. Nel caso di specie, protagonista di questa storia è il collaboratore Luciano Nocera, boss e narcotrafficante attivo nella zona dell’Olgiatese, arrestato oltre dieci anni fa per il brutale omicidio di Ernesto Albanese (massacrato a coltellate a Guanzate) e, dopo l’arresto, diventato un collaboratore particolarmente attivo degli investigatori. Tanto che, proprio grazie alla sua testimonianza, Carabinieri e Direzione distrettuale antimafia sono riuscite a far condannare mandate ed esecutore dell’omicidio di Franco Mancuso, avvenuto al bar Arcobaleno di Bulgorello nell’agosto di 17 anni fa. Le parole di Nocera, oltre a una serie di indizi già raccolti dagli investigatori, hanno portato a una sentenza di condanna all’ergastolo per Luciano Rullo (l’esecutore) e per il boss Bartolomeo Iaconis.

L’offerta

Bisogna spostare le lancette del tempo indietro di qualche anno, nel periodo a cavallo tra il 2019 e il 2020, quando in Corte d’Assise a Como è in corso il processo per l’omicidio al bar Arcobaleno. Il 22 dicembre 2019 (ha ricostruito recentemente il Tribunale di Como) a Cantù il figlio di Luciano Nocera, in compagnia di sua madre, suona alla porta di casa della nonna, per consegnare dei pacchi alimentari da far avere al padre detenuto in carcere. In attesa della madre, il figlio del collaboratore di giustizia esce ad accendere l’auto parcheggiata sulla strada, quando (secondo il suo racconto, giudicato attendibile dai giudici di Como) viene avvicinato da due uomini: uno sconosciuto e Antonio Mercuri, ’ndranghetista già condannato all’epoca dei Fiori della notte di San Vito e affiliato alla locale di Fino Mornasco.

Mercuri invita il giovane a portare un’ambasciata al padre: ci sono 200mila euro pronti per lui. Centomila per una lettera scritta a mano con la quale il collaboratore di giustizia avrebbe dovuto ritrattare le accuse sull’omicidio di Francesco Mancuso. Altri centomila se quella ritrattazione avesse portato all’assoluzione di Bartolomeo Iaconis. Una proposta articolata in due tranche, quasi un contratto legato al risultato processuale. Di lì a meno di due mesi proprio Nocera comparirà in aula a testimoniare. E non solo non si rifiuta e non scrive alcuna lettera, ma davanti ai giudici conferma ogni cosa: Rullo gli aveva confidato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio e gli aveva detto che a ordinare l’esecuzione in pubblico di Mancuso era stato proprio il boss Bartolomeo Iaconis. Anche il figlio di Nocera, in aula, ha avuto il coraggio di confermare l’episodio. Il giovane ha dichiarato di aver risposto evasivamente («va bene, glielo riferisco a mio padre») per poi allontanarsi. Ed effettivamente ne parlerà con il padre Luciano durante il colloquio in carcere del giorno successivo.

Ed è proprio su consiglio del padre che il ragazzo si decide a presentare denuncia ai Carabinieri di Cantù il 16 febbraio 2020. Il giorno prima della testimonianza del collaboratore di giustizia nel processo contro il boss.

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