La tragedia delle residenze assistenziali
Coronavirus, qui si muore senza diagnosi
Nessun tampone né ricovero per chi sta male per i pazienti che accusano i sintomi della polmonite. Dodici i decessi sospetti negli ultimi giorni alle Camelie
Lettura 1 min.Como
C’è allarme nelle case di riposo della provincia per l’incremento dei casi di contagio. Alle Camelie, in città, si contano già 12 morti con sintomatologia sospetta. Non vengono eseguiti i tamponi, non vengono ricoverati gli ammalati.
In un clima di crescente incertezza e di difficoltà - specie a livello di comunicazione - i parenti degli anziani ricoverati rincorrono le notizie spesso prive di fondamento di ospiti e di operatori positivi.
«L’unico caso accertato di coronavirus nelle nostre strutture si è verificato a metà mese – spiega Gianmarco Beccalli, presidente della Ca’ d’Industria - e si è verificato proprio alle Camelie. Quella persona, purtroppo poi deceduta, è stata la sola ad essere ricoverata in ospedale ed è stata l’unica ad aver ricevuto la verifica del tampone. In questa fase le autorità sanitarie non dispongono più ricoveri e non effettuano più tamponi nelle Rsa. Dunque è impossibile sapere con certezza la natura della malattia, se si tratta o meno di coronavirus. Purtroppo però è vero che abbiamo ospiti con sintomi febbrili e di recente abbiamo contato dodici decessi. Si tratta però anche di anziani con patologie importanti e pregresse».
Il bacino degli ospiti alla Camelie è attualmente di circa 120 ospiti. Nelle strutture di Rebbio e di via Brambilla sempre facenti parte della Ca’ d’Industria il quadro è meno drammatico, la direzione riferisce che per fortuna non ci sono emergenze tanto spinose. «Noi comunque abbiamo messo in atto tutte le procedure del caso – dice ancora Beccalli – per isolare i casi sintomatici, per difendere i nostri ospiti. Adesso speriamo che grazie all’impegno di Ats sia possibile fare i tamponi. Dobbiamo dire un enorme grazie ai nostri operatori sanitari. Ai tanti che, a Villa Celesia, volontariamente hanno deciso di restare dentro le Rsa a dormire e a vivere prestandosi a turni anche molto lunghi. Pur di non abbandonare le persone fragili e sole che hanno un gran bisogno di aiuto. Sono professionisti che non lo fanno certo per soldi, per loro è una missione».
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