Traballa l’aggravante del terrorismo per la moglie di Siher
L'inchiesta. Non sarebbero presenti post inneggianti a violenze plateali. Lei nei guai perché amministratrice del canale Telegram
Lettura 1 min.Milano
Non sarà un’udienza di convalida facile, quella di oggi a carico di Youssef Siher, il trentenne mediatore culturale arrestato con l’accusa di essere l’ideologo del movimento 17 ottobre, ovvero coloro che hanno saccheggiato e distrutto i negozi di Milano due domeniche fa. Udienza complessa da un lato per il clamore che ha suscitato il blitz a carico dell’uomo, che lo scorso settembre a Oltrona San Mamette è convolato a nozze con una giovane nata e cresciuta nel comasco (e pure lei oggi finita sotto accusa). Dall’altro per la serietà delle accuse ipotizzate a suo carico, tra le quali la contestazione dell’aggravante dei fini terroristici.
Proprio quest’ultimo passaggio, insieme all’accusa di aver violato una norma del nuovo decreto sicurezza entrato in vigore soltanto il giorno prima del fermo, è quello più criticato dal mondo dei penalisti italiani. Lo stesso presidente dell’Unione Camere Penali italiane, Francesco Petrelli, ha - tra GLI gli altri legali - criticato l’inasprimento della risposta penale alle proteste e messo in guardia dal rischio che il ricorso alle nuove norme abbia soprattutto una funzione simbolica.
La Procura di Milano però insiste e ha chiesto non solo la convalida del fermo, ma anche l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Siher è a San Vittore ed è classificato come detenuto del “circuito Alta Sicurezza 2” destinato ai reclusi imputati o condannati per delitti commessi con finalità di terrorismo. Stessa aggravante contestata anche alla moglie.
Il fatto è che negli atti di accusa né Siher né tantomeno la moglie, nata e cresciuta in provincia di Como, hanno pubblicato post inneggianti a violenze plateali. Vero che la pagina Instagram “Movimento 17 ottobre” contiene numerosi messaggi violenti, ma scritti da altri utenti e non dai coniugi amministratori del gruppo.
Siher, in effetti, ha condiviso una serie di raccomandazioni su come muoversi nel corso delle manifestazioni, ma dando indicazioni su come difendersi, non su come “attaccare”. Altro passaggio che sta facendo molto discutere l’accusa di “Organizzazione o istigazione alla violenza nelle manifestazioni pubbliche”, introdotta dal nuovo decreto sicurezza approvato l’urgenza dal governo ed entrato in vigore solo il giorno prima del fermo di Youssef.
La Procura di Milano, in ogni caso, insiste e chiede la custodia cautelare in carcere per il trentenne non solo per il pericolo di fuga contestato nel decreto di fermo, ma anche per il rischio di reiterazione del reato.
La famiglia della moglie di Youssef Siher, dal canto suo, preferisce non commentare. Contattata da La Provincia, la mamma della giovane sotto accusa con le stesse contestazioni del marito pur con grande cortesia ha replicato che in questo momento preferiscono non dire nulla e non rilasciare dichiarazioni.
La famiglia della ragazza, di origini libanesi, è in Italia ormai da trent’anni. Una famiglia pienamente integrata e, soprattutto, attiva nel volontariato. Anche dall’associazione Lachesi, presso la quale la giovane donna prestava servizio di mediazione culturale, al momento preferiscono non dire nulla in attesa delle evoluzione dell’inchiesta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA