L’allarme dei donatori: «C’è chi usa l’Avis per soldi»

Il caso Sempre più spesso enti a fini di lucro sfruttano l’associazione. Il presidente lombardo Colavito: «È in corso una infiltrazione organizzata»

Como

L’Avis lancia l’allarme: «Siamo “sotto attacco” da soggetti che cercano profitto». I volontari, accerchiati dai privati e rimasti senza medici negli ospedali, devono cercare di unirsi e fare da soli.

L’assemblea regionale dei donatori di sangue si è svolta domenica a Como, nella sede di Cometa in via Madruzza. E a proposito di dono, non di merce da vendere e comprare, i vertici dell’associazione hanno denunciato un fenomeno nuovo e strisciante.

«In questo momento siamo sotto attacco – spiega Pierangelo Colavito, presidente Avis Lombardia – non è un attacco frontale, ma in maniera silenziosa è in corso un’infiltrazione organizzata da parte di soggetti profit, che, dietro il linguaggio rassicurante dell’aiuto e dell’efficientamento, stanno occupando spazi che non competono loro. Con la promessa di sostenere le nostre sedi nella promozione, nel reclutamento e nell’indirizzare i donatori agli ospedali, questi soggetti entrano nel nostro sistema, intercettano relazioni, acquisiscono dati sensibili e, diciamolo con forza, trasformano il dono in una leva di profitto. Questo non è supporto. Questa è appropriazione. È una colonizzazione strisciante del volontariato che non possiamo più tollerare».

Il sangue non è una merce, il dono non è un prodotto, ribadiscono dall’Avis. Durante l’assemblea è stato chiesto ai donatori di attivare un sistema di vigilanza su questi casi specifici. In sostanza, raccontano i volontari, sono nate alcune società che cercano di sostituirsi all’Avis, prenotano per conto dei donatori che avvicinano gli appuntamenti ai centri trasfusionali, acquisiscono dati, compilano pratiche, aggiungono gli utenti sulle app, il tutto a fini commerciali, con l’obiettivo di fare profitto. «In particolare sappiamo che si propongono in tante grandi aziende, lavorando con il personale, riconoscendo buone pratiche per i bilanci sociali – dice Colavito –, noi però non abbiamo niente a che fare con queste realtà, dobbiamo difendere il nostro sistema gratuito e volontaristico, un modello rispetto a tante altre nazioni dove invece il sangue non si dona, ma si vende e si compra».

Sono 16mila i donatori Comaschi, distribuiti in 21 sedi, in provincia come nel resto della regione è di poco calato il numero delle sacche di sangue donato, in favore però di un aumento delle sacche di plasma, come chiesto dal sistema sanitario. «Il problema oggi nel pubblico è la mancanza di medici, i centri trasfusionali sono a rischio – spiega sempre Colavito – gli specialisti se ne vanno, scelgono altre strade, guardano all’oncologia. È così ormai ovunque, anche a Como al Sant’Anna si fa fatica, il centro di Erba si sta fermando. L’unica soluzione, adottata in altre province, è allargare il cerchio e fare da soli. Le Avis comasche possono farcela, devono però unirsi e fare squadra. Con più donazioni, gestendo più bilanci, possono aprire centri in autogestione offrendo bonus ai medici, così da trattenere queste professionalità. Quindi debbono fornire dall’esterno il servizio agli enti sanitari pubblici, senza arrivare all’acquisto delle sacche dal mercato, difendendo così il dono e l’impegno del volontariato». Una strada non semplice, ma che pare sempre più obbligata.

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