«Le monete romane valgono 11 milioni  Ma dallo Stato arrivano solo briciole»
Le monete romane custodite nell’anfora ritrovata in via Diaz

«Le monete romane valgono 11 milioni

Ma dallo Stato arrivano solo briciole»

Il caso dell’antico tesoro del Teatro Cressoni al centro di un ricorso al Tar dei proprietari dell’area - Il Ministero ha proposto un indennizzo di 369mila euro

A tre anni dal ritrovamento, la vicenda che ha innescato il braccio di ferro giudiziario merita di essere riassunta non solo per quel che racconta a proposito dei modi della pubblica amministrazione nei confronti dei contribuenti (l’atteggiamento che traspare dalla freddezza degli atti richiama sempre un po’ quello del più celebre marchese, e cioè «io so’ io e voi nun siete...»), ma anche per quel che dice a proposito della ritrosia di un apparato molto solerte quando si tratta di riscuotere, altrettanto recalcitrante quando invece si tratta di pagare.

Dunque: la normativa prevede che chi trova un tesoro dev’essere ricompensato dallo Stato con una cifra «non superiore» al 25% del suo valore, e così pure, con la medesima somma, dovrà essere ricompensato il proprietario del terreno. Per poter arrivare a stabilire l’entità del premio, lo Stato - senza produrre uno straccio di documento né una minima argomentazione - ha unilateralmente “certificato” che le monete del Cressoni valgono complessivamente 3 milioni e 989mila euro. Il capitolo “stima” è interessante, visto che una perizia, sia pure di parte, disposta da Officine Immobiliare, attribuisce allo stesso tesoro un valore più che doppio, oscillante tra i 9 e gli 11 milioni di euro.

A periziare le monete per conto di Dell’Oca e dei suoi soci è stato Arturo Russo , numismatico romano titolare della società Ars Classica con base a Londra, considerato forse il più grande esperto mondiale di monete antiche: la sua è una stima piuttosto prudenziale, già decurtata di un bel 30%. Garantisce Russo che i pezzi migliori sono le 10 monete riconducibili all’imperatore Anicio Olibrio, valutate mezzo milione l’una (40mila euro per il ministero). Di Russo e delle sue stime a Roma sembrano essersi fatti un baffo, così come un baffo - ed è questo uno dei passaggi cruciali dell’intera vicenda - si sono fatti della disponibilità e della collaborazione offerta dalla società immobiliare nell’immediatezza del ritrovamento, se è vero, come è vero, che Dell’Oca regalò alla Soprintendenza 297mila euro di scavi supplementari pagandone altri 37mila a titolo di sponsorizzazione dei successivi studi numismatici eseguiti tra le università di Padova e Milano, le quali diversamente non avrebbero potuto farsene carico per mancanza di fondi. In altre parole l’offerta non basterebbe neppure a ripagarlo delle spese.

«Sono bravissimi a disincentivare la collaborazione dei privati», commenta Dell’Oca, il quale - assistito dagli avvocati Giovanni Murgia e Oliver Pucillo per gli aspetti del ricorso e da Sergio Lazzarini per quanto riguarda gli aspetti legati alla legislazione dei beni culturali (materia di cui Lazzarini è docente alla Statale di Milano) - si ritrova suo malgrado a ingrossare le fila di tanti altri scopritori di tesori, che con il senno di poi avrebbero forse fatto meglio a fingere di averli ritrovati in soffitta, piuttosto che sotto terra.

Per dire: nel caso di un ritrovamento d’oro di inestimabile valore a Cividale del Friuli, il ministero negò il premio con il pretesto che la comunicazione del ritrovamento fosse stata fatta non al soprintendente, come voleva la legge, ma a un ispettore onorario. E nel caso della città romana di Herdonia, la “Pompei della Puglia” scoperta nel 1962, l’ultima sentenza del Consiglio di Stato (definitiva? boh) risale al 27 maggio del 2021, cioè a un mese e mezzo fa, 59 anni dopo.

Dice: ma perché il ministero stima che il premio debba ammontare soltanto al 9% del valore del ritrovamento e non al 25%? Il senso, nella lettura molto tecnica (e burocratica) che ne danno gli apparati, è che in fondo il cantiere sia stato ugualmente completato, che l’operazione immobiliare del teatro Cressoni sia andata in porto e che, insomma, Dell’Oca e i suoi soci non ne abbiano tratto alcun nocumento, nonostante le operazioni della soprintendenza direttamente finanziate: «Davvero - conclude l’imprenditore -. Sono profondamente deluso. È un’offesa al lavoro, un’offesa all’imprenditoria, allo sforzo, al cuore e alla passione che ci abbiamo messo. Per la prima volta un vita mia, davanti a quell’offerta, mi sono davvero vergognato di essere italiano».

La palla passa ora al Tar. Prima udienza, se tutto andrà come previsto, entrò la metà del 2022. La sensazione è che la guerra sia solo all’inizio.

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