Scuola, le nuove regole di Valditara non convincono a Como, per i presidi c’è «eccessivo rigore»

Istruzione Condotta e sospensioni: non convincono fino in fondo i provvedimenti anti bullismo voluti dal ministero

Pareri contrastanti da parte dei presidi degli istituti superiori comaschi riguardo le nuove direttive promosse dal ministro Valditara nelle scuole, utili a contrastare bullismo e comportamenti scorretti.

Con la riforma, presto il voto in condotta farà riferimento all’intero anno scolastico, dando un peso maggiore a eventuali atti violenti o di aggressione. Avrà inoltre un impatto sulla media generale dello studente anche nelle scuole secondarie di primo grado. Per gli studenti sospesi, al via momenti di riflessione e approfondimento oltre ad attività di cittadinanza solidale presso strutture convenzionate.

«I problemi non si risolvono con una riforma»

«I provvedimenti che riguardano la sfera disciplinare vanno valutati quando sono calati nella realtà, perché variano in base ai contesti – spiega Angelo Valtorta, preside del liceo Volta -. Letto passivamente, il parere è positivo, ma resto dell’idea che i problemi non si risolvano solo con una riforma. A questa occorre accompagnare un dialogo costante con i ragazzi, inteso come azione educativa di cui si deve fare carico anche la famiglia. Sulle sospensioni, nella mia carriera scolastica ho già assistito a periodi di recupero, con il contributo di educatori e pedagogisti, utili a capire le attività migliori da intraprendere: alla fine questo metodo aveva dato i suoi effetti positivi».

«Bisogna accogliere le fasi di crescita degli studenti»

Secondo Nicola D’Antonio, preside del liceo Giovio, le modalità attuali che riguardano la condotta sono sufficienti per gestire i ragazzi: «Nelle scuole di Como l’ordine vige in maniera rigorosa. Non vorrei che si corresse il rischio che misure troppo rigide possano produrre un equivoco: in classe non si può fare ciò che si vuole, ma bisogna accogliere le fasi di crescita degli studenti. La scuola non può essere solo repressiva, altrimenti aumenta l’evasione scolastica. Direi piuttosto di irrigidire le misure per i comportamenti all’esterno della scuola. A maggior ragione nelle scuole di primo grado, non sono d’accordo che la condotta faccia media. I ragazzi hanno bisogno di ascolto». Le novità non riguardano solo l’aspetto comportamentale. Avanza l’ipotesi di sperimentare gli istituti tecnici in quattro anni, invece di cinque.

Ancora da capire come verranno messe in atto le nuove regole

«L’istituto in quattro anni porterebbe ad allineare l’età di uscita degli studenti alla media europea, dove il percorso termina a 18 anni – commenta Gaetana Filosa, dirigente dell’istituto Da Vinci-Ripamonti -. Bisognerà capire la parte organizzativa, perché le competenze dei ragazzi devono rimanere invariate. Per le specializzazioni, si parla comunque di un percorso 4+2. La proposta è interessante ma occorre organizzare l’adattamento di personale e studenti».

Per Laura Rebuzzini, preside dell’istituto Magistri Cumacini, non sono ancora chiari i dettagli della riforma dei quattro anni: «Ci interessa capire come verranno strutturati, al momento non sono ancora definite le differenze tra tecnici e professionali. Le sperimentazioni che sono già state non hanno avuto una grande risposta in termini di adesioni. Trovo importante dare maggior peso agli Its: se la direzione è valorizzare la filiera tecnologica siamo assolutamente favorevoli; le aziende hanno bisogno di diplomati che facciano pratica sul posto».

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