L’intervista a Fantin: «Papà e le bandiere, la mia Olimpiade indimenticabile »

Storie Matilde Fantin, emozione e orgoglio per l’hockeysta comasca titolare della Nazionale

Chissà cosa passa nella mente di un atleta che, dopo aver passato la propria vita tra sacrifici e tanto impegno, sente urlare all’interno del palazzetto il proprio nome. Una giocata, un gol che porta la propria Nazionale a riscrivere la storia. Lo sa bene Matilde Fantin, diciannovenne comasca titolare della Nazionale di Hockey e reduce da una grandissima prestazione alle Olimpiadi di Milano Cortina. Matilde, che ha frequentato le Canossiane a Como, è una ragazza acqua e sapone ma molto determinata a inseguire i propri obiettivi.

Quali sono le tue sensazioni, a pochi giorni dalla conclusione dei Giochi?

È stata un’esperienza unica, qualcosa di indescrivibile, abbiamo lavorato duramente negli ultimi mesi per arrivare al livello che sapevamo di trovare nelle altre squadre alle Olimpiadi, alla fine credo si sia visto sul ghiaccio.

Come ti sei trovata al villaggio olimpico?

È stato incredibile, già solo avere la possibilità di incontrare altri atleti, conoscere altre storie, c’è chi è già alla seconda o terza edizione e da loro si può prendere qualche consiglio, è sempre positivo e molto emozionante. C’erano gli atleti della Lega professionistica americana di hockey, camminavi e te li trovavi davanti. Magari erano a mangiare e si sedevano vicino, per me è stata una grande emozione.

Sei considerata un talento appena esploso e tra i grandi protagonisti, te ne sei resa conto?

Leggevo quello che scrivevano sui giornali, io però ho cercato di concentrarmi su me stessa, questo penso che mi abbia aiutato tanto in un periodo di forte stress per le partite, ma mi fa molto piacere aver avuto questo seguito. Lo dico anche per l’hockey in generale. Pochi lo conoscevano, questi Giochi sono stati un trampolino di lancio anche per le ragazze. Non è molto praticato in Italia, sicuramente questo evento con tutti gli spettatori che abbiamo avuto nelle partite ha aiutato.

Quanto conta l’aspetto mentale a questi livelli?

È fondamentale. Si tratta di un evento seguito in tutto il mondo, possono esserci tante distrazioni. Uscendo dalle partite, eravamo obbligate a passare dalla zona dei giornalisti, importante sapere cosa dire, comprendere come comportarsi davanti a queste figure. Non è mai facile.

Avete raggiunto un traguardo storico per l’Italia, i quarti di finale: ve lo aspettavate?

Il nostro obiettivo era di passare il turno dei gironi, abbiamo lavorato tanto sotto l’aspetto mentale, è un torneo lungo e tante cose possono andare storte, l’obiettivo era quello. Da lì, andando avanti, sapevamo che avremmo trovato squadre di alto calibro. Siamo davvero contente, per noi vale come una medaglia, qualcosa che nessuno dall’esterno si aspettava prima delle Olimpiadi. Sono molto contenta, un modo per dimostrare quanto è cresciuto il movimento.

La tua famiglia non ti ha mai lasciata sola.

I miei genitori sono stati presenti a tutte e cinque le partite, emozionante per loro così come per gli altri familiari e amici presenti. Mio papà era la persona che sentivo subito dopo le partite e anche prima, sotto l’aspetto dei consigli è stato importante averlo come figura, anche per gestite le emozioni.

Olimpiadi finite, si guarda già avanti?

Tra quattro anni ce ne sarà un’altra e cercheremo di qualificarci, ma non capita certo tutti i giorni di riuscirci, perciò ho cercato di prendere il massimo da questa esperienza.

Hai il numero 17, niente scaramanzia quindi…

L’ho scelto io. Quando ero piccola vestivo il 45, poi ho sempre avuto numeri bassi. Ne ho girati vari, ma con la Nazionale fin dall’under è stato il 17, mi piace molto. Ho quindi voluto tenere quello.

L’idea delle bandierine con il tuo nome allo stadio di chi è stata?

Le distribuiva un amico di famiglia, per me è stata una sorpresa, l’ho ringraziato. Davvero emozionante vedere le bandiere dalla folla, anche persone che non conoscevamo le hanno prese.

Cosa si prova, dopo tanti sacrifici, a fare gol?

Una sensazione molto bella e strana, tante emozioni. Felicità, orgoglio, difficile da descrivere al momento, ero felice di aver aiutato la squadra che è la mia seconda famiglia.

Ora subito negli Stati Uniti per proseguire gli studi?

Sì, farò la scuola lì fino a maggio e poi un mese di play off con la squadra americana. Quest’anno sono tornata spesso a casa per via delle Olimpiadi, poi a Natale, ora rimarrò negli Usa fino ad aprile, poi c’è il Mondiale e tornerò un paio di settimane in Europa. Sono davvero grata per questa esperienza: in futuro mi piacerebbe rimanere nel mondo dello sport sotto l’aspetto amministrativo, fare magari management.

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