L’orologio di lusso ripassa la dogana: arriva la maxi sanzione
Un Patek Philippe era stato preso in Italia da un cittadino svizzero. Se si attraversa nuovamente il valico è necessario dichiarare il bene per evitare multe
Lettura 1 min.Como
Compra in Italia un orologio da 41mila euro, lo esporta regolarmente in Svizzera e quando ripassa il valico per andare a far cambiare il cinturino si ritrova nei guai. Suona paradossale la storia di un ticinese residente nel Principato di Monaco, sanzionato dall’Agenzia delle Dogane con un’ammenda da oltre 18mila euro. La giustizia tributaria d’Appello aveva accolto il ricorso, ma la Cassazione ha ribaltato ogni cosa sancendo un principio al quale è bene fare attenzione.
La storia è la seguente. Nel giugno 2022 l’uomo acquista in Italia un prestigioso Patek Philippe, pagando ovviamente anche l’Iva, per fare un regalo per i trent’anni del figlio. Il mese successivo torna in Italia con l’orologio al polso. I finanzieri trovano nel bagagliaio la scatola originale e la documentazione e contestano l’importazione illegale. Ma la madre dell’uomo arriva portando le fatture di acquisto e di esportazione. Per l’Agenzia delle Dogane questo non basta.
La Corte tributaria lombarda aveva accolto il ricorso sottolineando come non si trattava di una merce destinata al commercio, ma di un bene personale riportato in Italia per la sostituzione del cinturino presso il rivenditore autorizzato. Per i giudici regionali mancavano perfino gli elementi tipici di una condotta fraudolenta. Nessun occultamento, nessun comportamento sospetto, piena collaborazione con gli accertatori.
La Cassazione, però, ha letto la vicenda in modo differente. Il nodo è un altro: dopo essere stato esportato fuori dall’Unione europea, il bene era diventato a tutti gli effetti una merce proveniente da un Paese extra-Ue e, al momento del rientro in Italia, avrebbe dovuto essere dichiarato in dogana. L’omessa dichiarazione, secondo la Cassazione, fa scattare automaticamente gli obblighi doganali e fiscali previsti dalla legge. E nemmeno la buona fede può costituire una giustificazione.
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