Lungolago: è dibattito. «I parapetti? Basta metterli. Stufi di discutere di ringhiere»
Il dibattito C’è chi preferiva i “timoni” storici, chi accusa la burocrazia Ma i comaschi sono soprattutto stanchi: «C’è un sentimento di spossatezza»
Il lungolago di Como, uno degli scorci più celebri al mondo, resta prigioniero di un paradosso estetico che sembra non avere via d’uscita. Da quando i vecchi e storici parapetti “a timone” sono stati messi da parte in favore di prototipi a righe verticali voluti dalla Regione, il dibattito in città non si è mai spento. Non è una questione di nuovi lavori, ma di una scelta definitiva che non arriva, lasciando residenti e turisti davanti a una soluzione che molti definiscono “senza anima”. Il dibattito non riguarda solo la sicurezza, ma l’identità stessa della città. Marco Durante non usa giri di parole e guarda oltre i confini nazionali: «Siamo prigionieri di una burocrazia che soffoca la bellezza. A Copenaghen, per esempio, i parapetti spesso non esistono nemmeno. Perché qui dobbiamo coprire la vista con queste sbarre verticali che sembrano una prigione? Preferivo i timoni storici».
Sulla stessa linea, Roberto Porro ironizza sulla presunta pericolosità del lungolago: «Si parla tanto di sicurezza, ma non mi pare di sentire ogni giorno di gente che prende la rincorsa e salta nel lago di propria volontà. Questi nuovi prototipi sono brutti, punto. Quelli vecchi avevano un’anima, questi sono solo ferro freddo». Per molti, il problema della messa a norma era risolvibile con un pizzico di buonsenso architettonico. Paolo Merlanti avanza una proposta concreta: «Basterebbe alzare di pochi centimetri i vecchi parapetti. Realizzando un piccolo gradino di cemento alla base, avremmo raggiunto l’altezza standard richiesta dalle norme attuali senza sacrificare il design originale. È una questione di volontà, non di impossibilità tecnica».
Soluzioni moderne
C’è poi chi, come Massimiliano Pappalardo, non disdegnerebbe soluzioni moderne, ma con riserva: «I parapetti trasparenti in vetro sarebbero una scelta meravigliosa per godersi il panorama, ma siamo a Como: chi li pulirebbe? Se devono diventare opachi e sporchi in due settimane, allora meglio altro. Ma questo prototipo a righe proprio non si guarda». Oltre l’estetica, emerge un dato allarmante: il totale sfinimento dei residenti di fronte a un cantiere infinito.
Marco Messaggi: «Siamo arrivati a un punto tragico. Questi provvisori sono non solo brutti, ma trasmettono un senso di precarietà pericolosa. A questo punto, dopo anni di indecisioni, va bene qualsiasi cosa. Mettete qualcosa di definitivo e chiudiamola qui». Infine, Giuseppe Jennarelli sposta il focus sulle priorità cittadine, dando voce a chi vorrebbe vedere la politica locale occuparsi di altro: «Siamo stanchi di discutere di ringhiere. C’è un sentimento di spossatezza generale. Va bene tutto, purché si finisca, ma ricordiamoci che Como ha problemi molto più gravi». Così il lungolago resta lì, sospeso tra la sua bellezza naturale e la rigidità di un ferro che i comaschi faticano a sentire proprio. In questo limbo di sbarre e bulloni, l’attesa di un “bello” definitivo rischia di diventare l’ennesima occasione persa per restituire alla città il suo antico splendore.
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