Mettere la barca in acqua?
Ormai è un lusso per pochi

La denuncia Lavori in ritardo, a Tavernola lo scivolo resta inagibile «Solo motoscafi di lusso, il lago sta perdendo le sue radici popolari»

Il Lago di Como, cartolina del lusso internazionale e meta prediletta del jet-set mondiale, sta perdendo la sua anima popolare? Per i residenti storici, i “laghée” doc come Nello Maspero, la risposta sembra essere un amaro sì. La sua segnalazione apre uno squarcio su una realtà fatta di cantieri infiniti, costi proibitivi e una gentrificazione che corre più veloce dei motoscafi.

Al centro della protesta c’è la questione tecnica dell’inagibilità dello scivolo di Tavernola. Con l’arrivo della primavera, i mesi di maggio e giugno rappresentano il momento d’oro per rimettere le imbarcazioni in acqua. Tuttavia, chi non dispone di una darsena privata o di un posto barca esclusivo si trova oggi di fronte a un muro di terra e transenne.

«Hanno lavorato tutto l’inverno per rifare la fognatura, ma con pochissimo personale - denuncia Maspero -. Lo scivolo è inutilizzabile e non si sa quando finiranno i lavori. Doveva essere pronto per aprile, proprio ora che la stagione entra nel vivo». La chiusura di quello che è, di fatto, l’unico punto di accesso pubblico per chi trasporta la propria barca su carrello, sta creando un cortocircuito. Le alternative? Quasi inesistenti o estremamente onerose. «L’unica altra opzione è lo scivolo fin su a Faggeto oppure resta lo Yacht Club, ma mettere in acqua una barca lì costa minimo 150 euro. È un disservizio enorme per i cittadini che hanno già pagato pontili e tasse, e un pessimo biglietto da visita per il turismo». Questa odissea burocratica e logistica non colpisce solo Maspero ma coinvolge una fitta rete di amici e appassionati che ogni mercoledì si ritrova allo Yacht Club. Molti di loro, dopo aver sostenuto costi fissi annuali, si ritrovano ora impossibilitati a navigare o costretti a esborsi imprevisti per servizi privati. «Sento le loro lamentele - spiega Maspero -, è gente che ama il lago e si ritrova con le mani legate proprio nel momento più bello».

Ma la rabbia di Maspero non si ferma ai cantieri lumaca. C’è un sentimento di espropriazione culturale e territoriale che serpeggia tra le vie di Moltrasio e i comuni limitrofi. La via Bellini, secondo Maspero, è diventata l’emblema di questa trasformazione: «Sono l’unico italiano rimasto. Intorno a me ci sono un cinese, un belga, un americano e persino un collaboratore di Putin. Gente che disprezza l’Italia e poi compra le nostre ville. Vedere il primo bacino servito così male, perfino per il carburante, è lo specchio di un territorio che sta smettendo di appartenerci».

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