Miriam, una vita nella Terra Santa. Poi i missili in cielo

Andata e ritorno. Quindici anni passati a Gerusalemme, una vita lontano dal Lario e l’inizio della guerra. «Era casa mia, ma a Como ho ripreso a respirare»

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Quando parla di Gerusalemme, la voce di Miriam Bianchi si fa più bassa. Dei quasi quindici anni passati lì le mancano il sole e l’aria, il trambusto della città vecchia e la sua gente un po’ strana. Le manca entrare al Santo Sepolcro e sedersi in un caffè ad ascoltare chi parla di politica, che lì è l’argomento di sempre.

«Mi mancano le giornate calde, le sere fresche, i tramonti rosa e arancione. La bellezza di quella città va oltre la cronaca di questi ultimi due anni». Il legame con questa città nasce presto. Miriam ha dieci anni quando comincia ad andarci, e in famiglia la Terra Santa è di casa: il papà, a Rebbio, guidava il Gruppo Turistico Rebbiese. «Sono cresciuta a pane e Terra Santa. Dicevo sempre che avevo preso la malattia di Gerusalemme, e già da piccola ripetevo che ci sarei andata a vivere». All’università sceglie studi orientali, con arabo ed ebraico, e comincia a fare avanti e indietro.

Nel 2010 le propongono due anni da volontaria per la Custodia di Terra Santa. Ha circa 29 anni. Accetta, e in quei due anni a Gerusalemme conosce il marito, siro-cattolico. Più avanti nascerà il loro bambino. Su questo però è netta. «Lo dico proprio sinceramente: non è lui che mi ha fatto restare. Lui è stato un più, è un più. Mi ha permesso di fermarmi legalmente, perché lì se non sei ebrea è difficile. Ma sarei rimasta comunque». Cosa l’abbia trattenuta, allora? «Non lo so. Lo Spirito Santo, direi».

Il volontariato con il tempo diventa un lavoro, poi una passione: «Raccontare la vita dei cristiani che il mondo spesso non sa nemmeno che esistono, soprattutto in una terra come questa». Deve tantissimo al cardinale Pierbattista Pizzaballa, all’epoca Custode di Terra Santa, «che mi ha tenuta a Gerusalemme, mi ha voluta a lavorare». Ci resta fino a gennaio 2026. «Quindi sono appena rientrata, fresca fresca». Negli ultimi anni si sentiva più cittadina di Gerusalemme che di Como, ma sempre italiana, tanto che su Instagram si definisce «Italian in the blood». Quando diceva di venire dal Lario, le citavano Versace, George Clooney e, negli ultimi mesi, il Como. «Della mia città non chiedeva nessuno. In realtà volevano sapere perché una ragazza di Como avesse scelto di vivere in Medio Oriente».

L’ha riportata a casa la guerra. «Il richiamo non c’è stato. Per me Gerusalemme era casa». Dopo il 7 ottobre 2023 ha resistito poco più di due anni. «C’è chi si abitua. Per me non era normale abituarsi agli allarmi, ai missili. Gli altri pensano alle vacanze d’estate, io pensavo: e se domani chiudono le strade? E se suona l’allarme mentre il bambino è all’asilo?». Poi un viaggio in Italia e la domanda del figlio, tre anni e mezzo: «Mamma, qua non ci sono i missili, vero?». «È stata una botta. Per noi era diventata la normalità, ma non lo è».

«A Gerusalemme ho lasciato il mio lavoro, la mia vita, paradossalmente anche la mia macchina». In Italia, per fortuna, il lavoro è arrivato. Oggi non si pente della scelta. «Il dubbio rimane, ne parlo tutti i giorni. Ma la serenità che ho a casa mi ripaga». Il fratello, che a Como ha un’attività, trova la città frenetica; per lei non lo è affatto. «Mi raccontano dei problemi, ma i problemi per me sono altri». E mentre i comaschi si lamentano del lago che ogni tanto esonda, lei sul lungolago ci va a passeggiare e a ritrovare un po’ di serenità. È il suo posto preferito. «La gente ti saluta anche se non ti conosce e ti sorride. So che non vivo nel mondo delle fate, ma qui ho ripreso a respirare».

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