Nel 2026 crescono del 9,2% gli infortuni sul lavoro nel Comasco
I dati dei primi otto mesi dell’anno: la provincia di Como al secondo posto in tutta la Lombardia per tasso di incremento, superata soltanto dal +10,1% di Pavia
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Aumentano del 9,2% gli infortuni sul lavoro nel territorio comasco nei primi otto mesi del 2026, posizionando la provincia di Como al secondo posto in tutta la Lombardia per tasso di incremento, superata soltanto dal +10,1% di Pavia.
Tra gennaio e agosto le denunce totali registrate dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro a Como sono salite a 3.795, a fronte delle 3.475 rilevate nello stesso periodo dell’anno precedente. Nella nostra provincia si attesta invece in diminuzione il dato relativo alle malattie professionali, che mostra una lieve flessione dello 0,8%, passando da 119 a 118 casi. Sul fronte delle vittime si contano 2 decessi in occasione di lavoro, contro i 6 dei primi otto mesi del 2025.
I numeri comaschi s’inseriscono in un quadro critico per l’intera economia lombarda. A livello regionale le denunce complessive di infortunio superano quota 75.293 (+6,6%), con 101 casi mortali (erano 97 nel 2025), dei quali 76 avvenuti direttamente sul luogo di lavoro (+11,8%). Particolarmente preoccupante risulta l’incidenza degli infortuni in itinere, saliti a 13.167 casi (+6,1%), pari al 17,5% del totale lombardo, e la situazione degli studenti coinvolti in percorsi formativi: la regione accentra circa 12.600 denunce scolastiche e legate ai percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, corrispondenti a un quarto dell’intero dato nazionale.
«Da tempo denunciamo la carenza di personale nei servizi di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Agenzia di tutela della salute e nell’Ispettorato del lavoro, ma le risposte continuano a essere insufficienti», commenta il coordinatore dell’Unione italiana del lavoro di Como Dario Esposito. «Vorremmo che la politica dedicasse almeno una parte della propria attenzione a una questione fondamentale della vita sociale: uscire di casa per lavorare e tornarci vivi. Anche le istituzioni devono fare la propria parte. Un anno e mezzo fa, in Prefettura, è stato sottoscritto un protocollo provinciale sulla sicurezza. Il prefetto, quale rappresentante dello Stato e figura di sintesi del territorio, dovrebbe sentire il dovere di dare continuità a quell’impegno, senza attendere le sollecitazioni del sindacato».
A livello generale, le rappresentanze dei lavoratori sollecitano interventi strutturali sul piano legislativo. «Siamo di fronte a una vera e propria emergenza sociale ed economica che non può più essere affrontata con i soliti appelli di circostanza», osserva il segretario generale dell’Unione italiana del lavoro Lombardia Antonio Albrizio. «Quando un lavoratore esce di casa e non vi fa ritorno perché le norme di sicurezza sono state sacrificate sull’altare del profitto, della velocità e dei subappalti a cascata, non parliamo di una fatalità o di una tragica disgrazia, ma di un vero e proprio crimine. È arrivato il momento che la politica nazionale prenda atto di questa realtà e introduca nell’ordinamento il reato di omicidio sul lavoro».
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