Nel mondo dei vigili del fuoco di Como: dalla caserma verso «lì dove serve»

La visita Dentro il comando provinciale di via Valleggio, tra chi si prepara a gestire ogni scenario. «Un minuto dopo la chiamata, esce il primo mezzo. E gli incendi sono solo il 12% dei nostri interventi»

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Sull’autopompa serbatoio, non c’è nessun vigile del fuoco, ma giacche e bombole sono lì, a ridosso dei sedili, pronte da indossare. Perchè l’idea di fondo è quella: essere pronti, sempre e subito, per andare, come dice il motto ufficiale dei vigili del fuoco, «lì dove serve». E quel luogo, che va inteso come una situazione, il più delle volte non ha a che fare con il fuoco: ci sono gli eventi meteo estremi, gli incidenti, gli annegamenti, le fughe di gas, le persone scomparse e quelle ferite sul lavoro. A Como la maggior parte degli interventi (26%) riguardano proprio il soccorso e la ricerca di persone, gli incidenti sul lavoro e il recupero di corpi. Fresche negli occhi dei comaschi sono però le immagini dell’incendio sul monte Goj, avvenuto in piena estate e per questo ritenuto anomalo dagli operatori.

Il racconto

«Nei territori prealpini come questo, il periodo suscettibile agli incendi boschivi va da ottobre ad aprile. Quello sul monte Goj si chiama tecnicamente “incendio di interfaccio”, per via delle molte case a contatto con il bosco» spiega Antonio Pugliano, comandante dei vigili del fuoco di Como. Apre la porta del suo ufficio in via Valleggio, e poi quella dell’autorimessa, per raccontare attraverso materiali e strumenti il mestiere suo e dei suoi colleghi. Un mestiere che affascina i bimbi, incuriosisce gli adulti e, per chi è nel bisogno, può tracciare la linea tra la vita e la morte. «Ci tengo a dire una cosa - continua Pugliano - perchè l’abbiamo vista anche con il monte Goj o con l’alluvione dello scorso settembre: da soli non ce la si può fare. Davanti ad eventi estremi , sempre più frequenti con il cambiamento climatico, si attiva un meccanismo consolidato, che porta operatori, volontari e mezzi dai territori vicini». Insomma, dietro ad ogni chiamata, c’è collaborazione. Nell’immediato però, il primo mezzo che esce sempre è l’autopompa serbatoio. «È equipaggiata con attrezzi e strumenti utili a gestire le situazioni più diverse» racconta Pugliano, mentre alza le serrande sui fianchi del veicolo. Una nasconde i rubinetti e gli allacci che permettono di pompare l’acqua. Un altro scomparto ha manichette di diverso tipo. C’è persino un falcetto, una piccozza e delle grosse cesoie che aprono le lamiere delle automobili coinvolte in sinistri. «L’autista e i quattro passeggeri iniziano ad arrivare sul luogo, poi all’occorrenza partono altri mezzi specifici», come quello del nucleo Nbcr, equipaggiato con tute di protezione da mille euro.

I vigili del fuoco gestiscono un parco macchine che a livello provinciale conta 140 mezzi, alcuni classici, altri più di nicchia, come la moto d’acqua e il gommone, che i comaschi hanno imparato a conoscere nelle calde giornate d’estate, quando un bagno nel lago si trasforma in un annegamento fatale. Spesso ci si chiede il perchè del tanto tempo necessario per recuperare un corpo: «Il Lario è molto profondo, a 150 metri non è facile trovare una persona, a 340 metri ancora di più. Perchè non c’è visibilità, ci sono fanghi e alghe e, sotto una certa profondità gli operatori non possono scendere». Viene in aiuto la tecnologia, con dei robot che si calano.

Tornando in via Valleggio, a bordo dei mezzi come tra gli armadietti, è vietato essere disordinati. Però è un po’ impossibile esserlo dal momento che ogni oggetto ha uno scomparto dedicato con tanto di etichetta gialla. In ogni caso, «dalla chiamata all’uscita del mezzo, passa un solo minuto». Nel 2025 il comando di Como ha effettuato 6.570 interventi, che salgono a 6.873 se si considerano le operazioni completate con l’aiuto di altri comandi. Ma ancor prima di aspettare la chiamata, gli operatori portano avanti tutto un lavoro d’anticipo, con il controllo e la prevenzione incendi. Una procedura prevista per legge a cui sono sottoposte un’ottantina di tipologie di attività, tra cui scuole, teatri, ospedali, industrie: «Devono presentare un progetto di sicurezza con un piano di prevenzione, che viene validato dai tecnici dei vigili del fuoco, i quali poi effettuano un sopralluogo di verifica».

Soccorso inclusivo

C’è poi un progetto a cui il comandante Antonio Pugliano e il suo braccio destro Gennaro Di Maio tengono in modo particolare: si chiama “SI Como” (dove “SI” sta per soccorso inclusivo), è partito da un anno circa e da pochissimo è diventato ”SI Lombardia”, perchè l’esperienza dei vigili del fuoco lariani ha fatto scuola. «Si tratta di rendere il soccorso più efficace per le persone con disabilità» spiega il comandante, che mostra anche delle card in Comunicazione Aumentativa Alternativa, utilizzate per comunicare con chi è non verbale, oltre all’opuscolo “Casa sicura”, adattato in formato braille e per persone ipovedenti con l’aiuto di Uici Como. «Tra colleghi abbiamo sposato una massima: “Nothing about us without us”, che vuol dire “Nulla su di noi, senza di noi”. In questo percorso di addestramento tecnico coinvolgiamo le persone con disabilità e apriamo loro la caserma, con l’obiettivo di diventare famigliari prima di un’eventuale emergenza. Dall’altro lato, sono proprio queste persone ad insegnarci come meglio relazionarci nel momento dell’emergenza». Le simulazioni di soccorso inclusivo già effettuate in tre enti coinvolgeranno nel penultimo weekend di ottobre anche l’ospedale Sant’Anna. Per chi invece vuole conoscere il corpo dei vigili del fuoco c’è sempre il weekend del 26-27 settembre, ricorrenza di Santa Barbara, che aprirà le porte della sede centrale e dei distaccamenti (2 permanenti e 7 volontari).

Sarà possibile passare sotto il castello di manovre utilizzato per le esercitazioni, avvicinarsi al rilevatore di ricaduta radioattiva. Ma ancor di più, sarà possibile conoscere chi, fresco di addestramento o veterano, arriva lì, dove serve.

Il comandante: «Pagherei per fare questo lavoro, noi una squadra in movimento»

«Pagherei per fare questo lavoro, quindi siccome vengo pagato mi ritengo l’uomo più fortunato del mondo». E pensare che Antonio Pugliano, comandante dei vigili del fuoco di Como, da ragazzino non aveva nemmeno in mente di fare questo mestiere. Poi però, dopo la laurea in ingegneria civile, ha avuto l’idea di tentare il concorso e, da lì, è scoccata una scintilla che non si è mai spenta.

«Il primo comando a cui sono stato affidato era a Cremona» racconta Pugliano, che alle sue spalle ha ancora una cartina di quella città. «Il mio comandante dell’epoca mi disse di andare a fare tutti gli interventi possibili per imparare il lavoro». E così ha fatto, sui mezzi più diversi, viaggiando per tutto il paese: «Sono stato inviato per i terremoti più recenti: L’Aquila, Amatrice, Umbria, Marche, il sisma dell’Emilia Romagna». Trovarsi tra le macerie di un paesino irriconoscibile e una popolazione senza casa «é un bell’impatto, ed è dura perchè spesso anche le stesse strutture dei vigili del fuoco sono state colpite dal sisma. Però ti senti utile, moltissimo».

Dopo l’esperienza cremonese, Pugliano si è trasferito a Milano, dove ha anche diretto il nucleo Nbcr, cioè il comparto che gestisce incidenti con pericolo di contaminazione nucleare, biologica, chimica o radiologica. Poi, un anno a Roma, un periodo al comando regionale della Lombardia, il ritorno a Cremona nelle vesti di comandante e, infine, l’ufficio in via Valleggio, dove Pugliano conserva i ricordi di una vita.

C’è ad esempio il cartello stradale che indicava la via Amilcare Ponchielli di Viareggio, dove nella notte del 29 giugno 2009 i vigili del fuoco, tra cui lo stesso Pugliano, si trovarono davanti a un grosso treno merci carico di Gpl deragliato e poi esploso. Il mattino dopo, l’Italia avrebbe ricordato quell’episodio come “la strage di Viareggio”: 32 morti, un centinaio di feriti, e tre giorni per mettere in sicurezza l’area. Sono eventi straordinari, a tratti crudi, che chi si trova sul posto non dimentica mai.

Perchè al di là della pelle e della carne che vengono messe a rischio da chi opera in situazioni di rischio, c’è in gioco anche il benessere mentale: «Capita che un intervento ti tocchi particolarmente. Per questo è stata fatta una convenzione con Croce Rossa e chi ne sente il bisogno può chiedere assistenza e supporto psicologico».

Nella caserma di Como, coloro che hanno un ruolo permanente (quindi non volontari) sono tutti uomini, tranne una donna. E sono giovanissimi, alcuni già nati negli anni 2000: «Oltre alla prestanza fisica, sono appassionati» continua il comandante Pugliano, che parla anche della carenza di organico: «Una situazione diffusa in tutto il Nord Italia, dovuta anche a un turnover non completo». Certo, i numeri contano, ma anche le modalità di lavoro: «Il mio compito - continua - è anche quello di tenere tutti insieme». Perchè in effetti, nei minuti cruciali di ogni intervento, con o senza fuoco, saper fare squadra è fondamentale per essere utili. Ed è forse questa, la sensazione di essere in qualche modo d’aiuto, a far vibrare l’anima che c’è sotto ogni divisa. Il sorriso di Pugliano in qualche modo lo conferma.

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