«Niente catastrofismi
ma la situazione è grave
E temo che peggiorerà»

Roberto Pusinelli , primario del Pronto Soccorso al Sant’Anna: «Non siamo ancora arrivati al picco. E adesso si aspetta pure l’influenza»

C’è un momento in cui il primario del pronto soccorso del Sant’Anna cerca di nascondere la commozione. Lo fa nel ricordare quando tutto è iniziato: «Siamo rimasti colpiti nell’animo da tutte quelle morti, dal rumore dell’ossigeno, dagli occhi dei pazienti che faticavano a respirare. Queste scene ci hanno sconvolto» e continuano a farlo. «E ce le portiamo dentro. Sempre».

Roberto Pusinelli, per ruolo, non è certo uno di quei medici che ama drammatizzare. E infatti lo dice chiaramente che «concordo con il direttore generale dell’ospedale, quando dice che bisogna evitare catastrofismi». Ma questo non significa che vada tutto bene, come ci si auspicava con tanto di arcobaleni la scorsa primavera: «La situazione è peggiore di quella di marzo, e temo non siamo ancora arrivati al picco».

Dottor Pusinelli, in pronto soccorso ci sono pazienti ovunque... è anche difficile raccontare a parole l’emergenza che state gestendo.

Quello che succede qui le persone non riescono neppure a immaginarlo. Perché, altrimenti, certi comportamenti da parte di molti non li vedremmo. La vita, fuori di qui, sembra non essere cambiata più di tanto. Dentro, invece, stiamo gestendo una vera emergenza.

Quali sono le differenze principali rispetto alla prima ondata di marzo e aprile?

Innanzitutto vediamo meno anziani e più giovani, intendendo con questo soprattutto persone di fascia d’età tra i 40 e i 65 anni. Arrivano casi che, all’ingresso, non sono così gravi come quelli che vedevamo la scorsa primavera. Questo anche perché ormai le persone si presentano prima e non aspettano di non respirare più.

Nel senso che la diagnosi precoce aiuta?

Vedere i pazienti prima diminuisce il rischio di un’evoluzione grave. Anche se questa è una malattia che ha un andamento difficile da prevedere e, quindi, non per tutti vale questo ragionamento.

La sensazione è che si sia ridotta la pressione sulle terapie intensive, mentre sia aumentata quella sul pronto soccorso e sui reparti. È così?

Diciamo che i numeri in pronto soccorso sono decisamente aumentati, rispetto a marzo e aprile. Arrivano molti più pazienti. È vero che le rianimazioni non sono piene, ma si stanno riempiendo. Noi calcoliamo che mediamente il 10% dei pazienti Covid che arrivano in ospedale poi finiscano in rianimazione. Ed è ciò che sta avvenendo.

Ma questa seconda ondata vi ha colti di sorpresa?

Tutti ce l’aspettavamo. Forse è arrivata un paio di settimane prima del previsto, ma sapevamo che i contagi sarebbero tornati a salire in maniera importante. Contrariamente a quanto si possa pensare, noi in estate non ci siamo fermati. Anzi: ci siamo preparati proprio per affrontare questa seconda fase. Un dato su tutti: abbiamo fatto scorta di dispositivi di protezione al punto che, se oggi non dovessimo più trovarli sul mercato, avremmo comunque un’autonomia di tre mesi. E lo stesso vale per l’adeguamento riguardo all’ossigeno per non parlare degli interventi sul pronto soccorso.

In effetti il suo reparto ha cambiato decisamente volto. Ma allora perché siete in emergenza?

Innanzitutto i numeri sono maggiori, come dicevo. Questi numeri, non è detto che in primavera saremmo riusciti a fronteggiarli. Ora siamo più preparati, più consapevoli, più attrezzati. Poi a marzo ci ha aiutato la chiusura totale di tutte le attività: questo ci ha permesso di concentrarci esclusivamente sui pazienti Covid. Oggi, invece, noi dobbiamo continuare a garantire la piena funzionalità del pronto soccorso “pulito” dove continuano arrivare molti pazienti.

Secondo lei le attuali misure prese dal governo saranno sufficienti?

Bisogna vedere nelle prossime settimane, ma io temo non basteranno. Anche perché, come detto, purtroppo le persone non si sono rese conto della situazione reale. Non siamo arrivati al picco, i numeri continueranno a crescere e in più, presto, dovremo anche affrontare l’arrivo dell’influenza, che causa sempre un afflusso di pazienti importante. Insomma, la situazione non è certo rosea.

Non soffrite anche una carenza di personale?

Sicuramente servirebbero più forze. Ma anche su questo fronte l’ospedale non è stato a guardare: abbiamo fatto dei concorsi, ma in quanto struttura pubblica dobbiamo seguire giustamente delle regole. Solo per il pronto soccorso sono stati fatti tre concorsi. Abbiamo dato tantissimi incarichi a tempo determinato, ma scontiamo anche il fatto che le università e i corsi di specializzazione a numero chiuso ci consegnano futuri professionisti contingentati. E c’è un altro discorso da fare.

Dica...

Molti ci dicono: ma perché non utilizzate il vecchio Sant’Anna? Al netto della fattibilità tecnica, la risposta è: e dove lo troviamo il personale? Come facciamo a raddoppiare lo sforzo che già medici, infermieri, oss e tutti quelli che lavorano in ospedale fanno?

Tra marzo e maggio tutto il personale sanitario ha lavorato in condizioni di stress fortissime. È così anche adesso?

Diciamo così: adesso è un purgatorio, allora abbiamo visto l’inferno. Noi ci portiamo nell’anima le ferite per tutte le morti che abbiamo visto. Ancora oggi ci si commuove da soli pensando a quei momenti.

C’è la paura di rivivere lo stesso incubo?

C’è stanchezza, più che paura. Quando sei a lavorare non ci pensi più di tanto: ti concentri sul tanto che c’è da fare. Poi però ti fermi e ci chiediamo: quando finalmente vedremo la fine di tutto questo? Ma io ci arriverò alla fine? Ne uscirò? Questi pensieri, soprattutto quando torni a casa dalla famiglia, dai tuoi figli, capita di averli. Ripeto: nessun catastrofismo. Ma rendiamoci conto che la situazione grave.

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