Ottant’anni e un figlio invalido: «Aiutateci a trovare casa»

La storia Sfrattata per un debito dagli alloggi popolari, Zelda a è senzatetto. Lui invece trascorre la notte al dormitorio: «Ci dicono di portare pazienza»

Per avere una casa «deve portare pazienza». Così si sente ripetere da ormai tre anni la signora Zeida Tomasin, arrivata all’età di 81 anni, senzatetto, gravemente malata e con un figlio da anni ospite del dormitorio comunale.

La vicenda

Tutto per un debito pari a qualche migliaio di euro, una morosità accumulata durante gli anni della pandemia che per le regole dell’Aler è equivalso ad uno sfratto dalle case popolari di Prestino, avvenuto ormai nel 2023. Da allora un tumore la sta consumando, ma anche il 100% di invalidità non le ha permesso di trovare una abitazione.

«Faccio le mie cure all’ospedale Sant’Anna, finché le forze non mi abbandonano - racconta la donna comasca, la cui famiglia è originaria del Veneto – dallo sfratto vengo ospitata, un po’ qua un po’ là, da diverse amiche, salvo dei periodi più difficili. Con la mia pensione riesco a contribuire alle loro spese, anche se i soldi per le bollette non bastano mai. Il mio debito con Aler, lo ammetto, non sono poi riuscita a saldarlo, mi spiace. Mi arrivano ancora le lettere per il riscaldamento centralizzato, spero di non dover pagare anche quelle. Io del resto non abito più nella mia vecchia casa da tre anni. Da quando hanno eseguito lo sgombero l’appartamento è rimasto chiuso e inutilizzato, dentro ci sono ancora tutte le mie cose, compreso l’arredamento, letto, cucina e armadi».

Per i morosi ripresentare domanda per un altro appartamento non è possibile, stando alle regole occorre attendere cinque anni, ha spiegato Aler. L’anziana comasca prima abitava con il figlio, Matteo, 54 anni, persona che soffre di diverse problematiche ed è anche lui invalido. Seguiti dal sindacato degli inquilini Sicet i due hanno separato dichiarazioni e redditi, riuscendo così a sanare la posizione del figlio, che non ha debiti da saldare. Di recente così ha presentato una nuova richiesta per un alloggio al Comune. «E’ in alto nella graduatoria, ma non c’è posto – dice Zeida – ha bisogno di me e fintanto che ci sono della mia pensione per dividere affitto e canoni. Ci basterebbe anche un appartamento piccolo, un monolocale. E invece al momento io resta senza una vera residenza e lui continua a dormire in via Napoleona, dovendo uscire alle otto del mattino per poi tornare verso sera».

L’appello: «Sono ammalata»

L’appello della donna, rilanciato da queste colonne, dopo lo sfratto era arrivato anche all’attenzione delle autorità locali, sindaco, Prefetto, la stessa Aler che però, spiegava, non aveva margine di manovra. Tanto più che la cifra da pagare era ingente e che richieste, proposte di rateo e procedure prima di arrivare allo sfratto erano state diverse. L’interessamento di alcuni benefattori per azzerare il debito non era poi andato in porto. La difficile storia, comunque, non ha più trovato un lieto fine o, almeno, una soluzione più comoda in una città come la nostra che ha fame di abitazioni e di case. La percentuale delle domande accolte per ottenere un alloggio nell’edilizia residenziale è bassa. Mentre l’offerta degli appartamenti in affitto nel capoluogo si è molto ridotta. Soprattutto negli ultimi anni, complice il mercato del turismo che ha fatto salire e di molto i costi dei canoni, non alla portata della fascia di popolazione con maggiori fragilità economiche.

A proposito il paradosso è che oggi, passando dalle case popolari di Prestino, l’abitazione della signora Tomasin resta sempre chiusa. Bisogna fare è vero qualche lavoro prima di riassegnare l’appartamento, che peraltro è uno dei tanti ancora disabitati e che aspettano una riqualificazione. «Ogni tanto penso che forse potrei entrare e occupare, ma rifletto e dico a me stessa che no, non si fa – spiega la donna – eppure chiesto aiuto tutti rispondono che io e mio figlio dobbiamo aspettare, che devo portare pazienza, ma non so quanta pazienza io possa ancora portare. Ho più di ottant’anni e una malattia con la quale fare i conti».

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