Otto anni di liti a processo: l’incubo di una vita da vicini di casa
Giustizia Venerdì in tribunale il caso di una convivenza impossibile. L’imputata: «Contro di me solo falsità, ho paura di non avere giustizia»
Como
Da otto anni l’indirizzo di questa palazzina alle porte di Como compare con sconcertante regolarità tra gli atti di Procura e Tribunale penale. E nonostante questo, nel grande ingranaggio che è la giustizia parliamo di reati “minori”, di questioni “marginali”. Sicuramente lo sono per il peso dei reati, per l’entità delle pene. Ma non per i diretti interessati. Perché dietro a documenti legali, richiami al Codice, firme di avvocati e magistrati c’è una vera e propria guerra di vicinato. E le tensioni tra vicini di casa sanno avvelenare vite e rapporti. Venerdì prossimo, in Tribunale, si aprirà il processo a carico di una donna di 63 anni accusata dai vicini di violenza privata. In breve: secondo l’accusa l’imputata avrebbe preso a male parole i figli minori dei residenti al piano di sopra. A sostegno dell’accusa, la testimonianza di un’altra famiglia residente nella stessa palazzina. Raccontata così, una vicenda del tutto marginale. Ma per la donna e per l’anziana madre l’appuntamento con l’aula è diventato un passaggio cruciale.
Perché nelle storie di dissidi tra vicini di casa il confine tra le ragioni e i torti non è mai così ben delineato.
Una storia che viene da lontano
Le tensioni durano da oltre otto anni. Al punto che la donna chiamata a processo con l’accusa di violenza privata (in seguito alla sua opposizione a un decreto penale di condanna) si è convinta di un fatto che non può che rendere l’intera vicenda più ingarbugliata: «Vogliono la mia casa... vogliono mandarci via».
Le tensioni sono, soprattutto, tra lei e sua mamma e quelli del piano di sopra. Già prima del 2018 ci fu una denuncia reciproca davanti ai giudici di pace. Terminata con una remissione della querela da parte di entrambi.
Ma, secondo il racconto della donna, «la situazione è precipitata quando è arrivata una nuova famiglia all’ultimo piano». Nel dicembre 2021 la donna presenta una denuncia per minacce aggravate, in seguito della quale viene emesso un decreto penale di condanna. Subito dopo l’atto della Procura, scatta la denuncia della famiglia dei vicini per violenza privata, il caso destinato ad approdare in aula venerdì prossimo. «Un giorno mi suonano alla porta - racconta - Mi chiedono di spostare l’auto perché non riuscivano a far manovra per uscire. Io rispondo di no, perché tanto ci passavano. E poi gli dico: “Guarda che lì non potresti parcheggiare”. A quel punto il figlio minore esce sul balcone inizia a urlare: “Toglimi le mani di dosso”. Ma io ero al piano di sotto. Beh, mi hanno teso una trappola».
Questa la versione della donna. Che nel febbraio 2024 presenta a sua volta un’ulteriore denuncia contro entrambe le famiglie residenti nella palazzina. Il tema principale sono i rumori: «Una domenica hanno fatto rumori talmente devastanti che mia mamma è stata male e le è venuta una fibrillazione. Temevo che morisse». Ma nel giugno dello scorso anno la Procura ha chiesto l’archiviazione, le prove non sono ritenute sufficienti.
«Non ne possiamo più, siamo stanchissime per questa situazione. Io sono la vittima, non la colpevole» le parole della donna.
L’unico fascicolo che conta
La tesi dei vicini è ben diversa. Ai Carabinieri hanno riferito che il loro sospetto è l’esatto contrario ovvero che sia la vicina a voler la casa tutta per sé.
«Abito qui da quando questa casa è stata costruita da mio padre per la sua famiglia. Ma non siamo mai stati i soli residenti e men che meno mi sono mai sentita la padrona - la replica - Ho un forte legame affettivo con questa casa, per questo io mia madre abbiamo resistito e non intendiamo andarcene. Ma si sono coalizzati e ho paura di non aver giustizia».
Ora la parola passa al giudice. Un fascicolo come tanti. Neppure il più importante, anzi. Eppure per qualcuno è l’unico fascicolo che conta.
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