Paratie, prosciolti da tutte le accuse. Ma il Comune presenta lo stesso il conto

Telenovele giudiziarie Raccomandata di Palazzo Cernezzi a Lucini, Gilardoni, Ferro e Foti. L’amministrazione vuole 25mila euro per le spese di lite. Colpa delle prescrizioni del reato

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Nemmeno una condanna, eppure il Comune di Como chiede la rifusione delle “spese di lite” a quattro degli imputati (usciti indenni) dal “processo paratie”. A oltre due anni dalla sentenza con la quale la Cassazione ha assolto con formula piena l’ex sindaco Mario Lucini (e non solo) da quasi tutti i capi d’accusa, ad eccezione di un falso dichiarato prescritto, la segretaria generale di Palazzo Cernezzi, Roberta Beltrame, a inizio luglio ha preso carta, penna e timbro per le raccomandate e ha scritto allo stesso Lucini, all’ex ingegnere capo Pietro Gilardoni, all’ex ingegnere del Comune Antonio Ferro e all’imprenditore Giovanni Foti.

Lettere fredde nei toni e nei contenuti: «Premesso che il Comune di Como si è costituito parte civile nel procedimento penale» legato alla vicenda paratie, «a seguito di interlocuzioni con lo studio legale incaricato delle attività di patrocinio, è emerso che risulta dovuta a questo ente la somma a titolo di rifusione delle spese di lite». Ovvero: quasi 22mila euro con riferimento alla sentenza di primo grado e 2.600 euro per quella di appello. Il paradosso è che le spese di primo grado si riferiscono a una sentenza che, in appello prima e in Cassazione poi, è stata rivista in favore degli imputati. Proviamo a spiegare l’evoluzione. In primo grado Pietro Gilardoni, ex direttore lavori delle paratie, venne condannato per falso, turbativa d’asta, rivelazione di segreti d’ufficio (oltre che per corruzione, ma su questa vicenda il procedimento non si è ancora chiuso); l’ex sindaco Mario Lucini per turbativa d’asta e falso; Antonio Ferro, ex responsabile del procedimento paratie e dirigente comunale, venne condannato per falso e turbativa d’asta; l’imprenditore Giovanni Foti per aver indotto Gilardoni a violare segreti d’ufficio.

In secondo grado, a Milano, Ferro fu prosciolto perché le sole accuse rimaste erano state dichiarate prescritte, così come per Lucini. Solo a Foti e Gilardoni restò una condanna per rivelazione di segreto.

La Cassazione ha infine assolto nel merito sia Lucini che Gilardoni anche dalla turbativa d’asta, lasciando prescritto solo un capo d’imputazione per un falso. Prescrizione pure per Gilardoni e Foti per la rivelazione di segreto.

E nonostante questo il Comune ora batte cassa. Forte della sentenza di appello che, formalmente, non cancellò le spese di lite del primo grado riformando la sentenza, ma non nei punti economici per i quali aveva scritto genericamente: “conferma nel resto”.

Lucini, dal canto suo, ha già pagato. Provato, comprensibilmente, da una vicenda processuale che pur vedendolo assolto praticamente su tutto (tranne un singolo falso, abbondantemente prescritto) ha forse preferito chiudere anche questo capitolo. Lo stesso dicasi per Gilardoni, che ha già provveduto al versamento, «senza che ciò costituisca acquiescenza». Diversa la posizione di Ferro, che ha contestato le pretese da parte del Comune. Così come per Foti il cui legale, Simone Gatto, commenta: «Ai primi di settembre prenderemo contatto con il Comune per verificare non solo l’entità della richiesta, ma soprattutto se quelle somme siano realmente dovute.Colpisce, tuttavia, che in una vicenda che ha segnato profondamente la città di Como si torni ancora una volta a chiedere denaro. Forse sarebbe il momento di domandarsi se, più che pretendere pagamenti, non vi siano persone che abbiano diritto a ricevere delle scuse».

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