Pilota di elicottero tra Canada e Hawaii. «E sogno di tornare»

Generazione in viaggio Il comasco Marco Gautiero: «Si fa fatica a trovare lavoro in Italia, faccio esperienza e spero con il tempo di avvicinarmi un po’ di più a casa»

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Centinaia di metri da terra, un carico agganciato a una corda e attorno solo la distesa infinita del grande Nord. A ventisei anni, Marco Gautiero fa il pilota di elicotteri in Canada, impiegato in missioni di esplorazione e trasporto materiali in zone remote. La sua è una storia di determinazione e passione, nata tra le montagne di casa e costruita con tenacia dall’altra parte del mondo.

«All’inizio ho frequentato il Politecnico di Milano indirizzo Ingegneria Meccanica - racconta Marco -. Verso il secondo anno ho capito che l’università mi piaceva ma non mi interessava affatto fare una vita in ufficio. Andando spesso in montagna ad arrampicare, mi sono avvicinato agli elicotteri vedendo i soccorsi. Mi sono detto: “Non mi dispiacerebbe affatto passare il resto della mia vita lì dentro”. Da lì è partito questo viaggio per diventare pilota».

La strada per il cielo, però, si rivela fin da subito una ripida salita. E prima ancora di decollare ufficialmente, Marco è costretto ad affrontare una prova durissima che avrebbe fatto desistere chiunque. Durante una stagione di lavoro a terra come assistente di volo per un’azienda in Valtellina - necessaria per fare esperienza - rimane coinvolto in un grave schianto. «Eravamo su un volo di trasferimento a fine giornata, stavamo rientrando in base e l’elicottero è precipitato - ricorda con freddezza -. Eravamo in tre a bordo. Il pilota è rimasto paralizzato dal bacino in giù. Il mio collega ha strappato un muscolo e si è rotto una caviglia, io ho rotto una vertebra. Nel disastro, siamo anche stati fortunati, siamo sopravvissuti».

Un trauma simile agli inizi della carriera è uno spartiacque, ma Marco lo elabora in modo sorprendente. «L’ho presa con filosofia. Tante volte, prima di decollare, ho questo pensiero in testa e so che le cose possono andare male. Non hai più la presunzione di dire: “A me va sempre tutto bene”, perché l’hai già provato sulla tua pelle. Voli con un altro pensiero, e certe volte tiri il freno un po’ di più rispetto a quello che avresti fatto. Mia mamma, su questo incidente e sulla mia decisione di proseguire la mia carriera all’estero, mi dice sempre che le sono venuti i capelli bianchi da giovane per colpa mia. Mio papà, invece, non mi ha mai chiesto nulla fino al giorno della partenza. Quando gli ho domandato il perché di quel silenzio, ha risposto: “È inutile sprecare fiato a discuterne, so già che vuoi partire. Ti sei messo questa cosa in testa”. È stato un bel momento, mi sono sentito compreso e mi ha dato una grande soddisfazione».

La partenza avviene nel novembre del 2023. Destinazione: Hawaii. Una scelta non dettata dal fascino esotico, ma da un pragmatismo ineccepibile. «L’Italia, purtroppo, non è il posto migliore per fare questa scuola, è una questione di costi. Devi spendere il 30-40% in più che in America, ci vuole almeno il doppio del tempo e una volta finito purtroppo non ci sono lavori, le compagnie europee sono restie a investire sui giovani. Alle Hawaii c’è sempre il sole, voli tutti i giorni. In sette mesi, studiando 11 ore al giorno senza vita sociale, sono passato da zero ad avere una licenza commerciale. Ho finito la scuola un venerdì pomeriggio, e il lunedì mattina alle 8 stavo già lavorando».

Il paradiso terrestre, tuttavia, sa essere una gabbia dorata. «La cosa più difficile di tutte è stata imparare a parlare in radio in inglese, molto più che pilotare l’elicottero. E poi la distanza: i miei amici andavano a sciare o al mare, i miei facevano i cenoni e io passavo il Natale da solo. Mi alzavo e mi chiedevo: “Ma chi me lo sta facendo fare?”. Per fortuna mio papà, sentendomi giù di morale, mi ha fatto una sorpresa ed è venuto a trovarmi. Mi ha dato una carica enorme».

Dalle Hawaii, Marco decide di spostarsi verso climi decisamente più rigidi pur di inseguire il suo vero obiettivo: il trasporto merci. Passa dall’Alaska e arriva in Canada, dove oggi lavora con ritmi serrati. «A me portare in giro i turisti piaceva fino a un certo punto. L’elicottero è un mezzo inquinante, mi piace che sia utilizzato con uno scopo utile per le comunità. L’apice è volare con la corda attaccata sotto per trasportare i materiali: ti sembra di ripartire da zero, come se non fossi capace di volare».

Una carriera affascinante, per la quale consiglia di essere convinti «non al 100%, ma al 1000%». Eppure, l’obiettivo finale di Marco non è tra i ghiacci del Nord America. «Il mio sogno è tornare sulle Alpi a fare trasporto materiali. Sono innamorato dell’Italia, è il posto più bello del mondo, lì ho le mie montagne, la mia famiglia e i miei amici. Sul mio casco la bandiera italiana non manca mai. Mi piange il cuore sapere che in Italia sia così difficile trovare opportunità per i giovani, io mando curriculum ogni tre mesi senza successo. Ora faccio esperienza sperando di avvicinarmi sempre un po’ di più a casa».

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