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Dibattito In via Viganò gli alunni italiani sono 32 su 101. Preside scettica sull’idea lanciata dal ministro Valditara. «Non possiamo dirottare le famiglie fuori dai quartieri»
Lettura 2 min.Alla scuola primaria Gobbi di via Viganò, il 70% degli alunni è di origine straniera. Si parla di 69 bambini, sul totale di 101 iscritti. Anche ad Albate, in alcune aule la percentuale arriva al 50%. Classi molto eterogenee, quindi, con persone provenienti da ogni parte del mondo: la maggior parte, comunque, parla italiano, pur avendo tradizioni e culture diverse. Difficile, in questi contesti, pensare di rispettare la linea indicata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che vorrebbe una maggioranza di italiani nelle aule delle scuole, almeno il 70%.
«L’inclusione può avvenire assimilando i nuovi arrivati sui valori fondamentali, quelli che sono racchiusi nella Costituzione e che appartengono alla identità di chi accoglie, oppure realizzando la società del melting pot, dove ognuno pensa e fa ciò che vuole. La prima società ha un futuro ordinato e prospero, la seconda ha di fronte a sé la disgregazione e il caos», sono state le parole del ministro, che hanno generato diverse reazioni. In realtà una disposizione sulla composizione delle classi esiste già da quasi quindici anni e fissa il rapporto massimo consigliato al 30% di studenti non madrelingua, ma difficile da applicare in quei luoghi ad alta densità di stranieri, come in effetti è in diversi quartieri comaschi.
«Siamo tutti d’accordo sul fatto che, se le classi sono eterogenee, funzionano meglio - spiega la preside dell’istituto Como Centro Valentina Grohovaz -. Se ci sono sia italiani che stranieri otteniamo una migliore integrazione e manteniamo un livello più alto, ma sarebbe un problema stare sotto il 30% di stranieri. In alcune aree della città, la prevalenza di residenti non è italiana e i genitori iscrivono i figli alla scuola più vicina, anche perché molte di queste mamme non guidano. Ci sono invece famiglie immigrate che preferiscono classi con più italiani, per favorire una maggiore integrazione».
A quel 30% fissato anni fa ci sono comunque deroghe, derivanti dal fatto che in molti casi non ci sono alternative. C’è comunque una distinzione da fare per inquadrare il fenomeno: in Italia, solo il 2,6% degli alunni è Nai (neo arrivati in Italia) con cittadinanza non italiana e che non parlano la nostra lingua. I ragazzi e le ragazze con background migratorio (figli di immigrati o arrivati in Italia da molto tempo) sono il 10,6%. In generale, comunque, in breve tempo tutti acquisiscono la competenza linguistica.
«Se noi avessimo il potere di gestire le iscrizioni entro questi termini, dovrei convincere i genitori a spostarsi da un’altra parte quando hanno il diritto di iscrivere i figli dove vogliono - aggiunge la preside -. Io comunque non posso né non accettare le iscrizioni delle famiglie straniere che stanno nel loro quartiere, né costringere gli italiani a iscrivere i bambini in quelle scuole. Credo che un bambino che ha una scuola nel suo quartiere abbia il diritto di frequentarla. Lo sentiamo noi italiani ma lo sentono anche gli stranieri».
E conclude Grohovaz: «Molti bambini stranieri sono italofoni, la questione è che vengono da contesti socioculturali diversi, con tutto ciò che questo comporta. Credo che al momento non ci siano le condizioni per realizzare quello che il ministro chiede».
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