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Como La Corte di Cassazione chiude il caso dopo quasi 14 anni. Tutti prosciolti i consiglieri comaschi. Su 60 imputati solo sei condanne
Como
Quattordici anni fa la Guardia di finanza faceva irruzione negli uffici della Regione Lombardia, che all’epoca erano ospitati al Pirellone. C’era la neve e la Lombardia venne scossa dal cosiddetto scandalo “rimborsopoli”: cene, aperitivi, pranzi e acquisti di libri, gadget, computer, ipad, telefoni cellulari per centinaia di migliaia di euro il tutto a spese dei contribuenti.
Dopo quattordici anni quel clamore e quelle accuse gravissime hanno partorito complessivamente sei condanne e dieci patteggiamenti su una sessantina di imputati. Come dire: il nulla (o quasi).
La Corte di Cassazione, questa settimana, ha respinto gli ultimi ricorsi degli ultimi consiglieri regionali (tra i quali il comasco Gianluca Rinaldin) per i quali il caso non era ancora stato chiuso. E il risultato conferma il flop di una maxi inchiesta terminata con un risultato (soprattutto in considerazione degli anni trascorsi) poco meno che significativo. Sono crollati di fatto tutte le accuse più gravi di peculato, per i consiglieri comaschi. Rimasta quella di indebita percezione di erogazioni pubbliche, la Corte d’Appello poco più di un anno fa aveva prosciolto praticamente tutti. E la Cassazione, ora, ha confermato. Solo tre (a pene entro i due anni) le condanne che vanno ad aggiungersi alle tre già pronunciate in passato.
A queste pene si aggiungano la decina di patteggiamenti arrivati ormai più di una decina di anni fa. In realtà la maggior parte dei consiglieri regionali finiti sotto inchiesta, accusati di essersi appropriati indebitamente di denaro pubblico per arricchire le proprie dotazioni informatiche, rimpinguare le librerie o mangiare a spese altrui, decisero di andare a dibattimento.
Condannati in primo e secondo grado, la corte di Cassazione aveva annullato tutto quanto. Mettendo in discussione la tesi accusatoria: ovvero che pagare la cena dei politici con i soldi provenienti dalle casse della Regione Lombardia fosse peculato. Ovvero la “appropriazione indebita” (di fatto) di denaro pubblico. Per la Suprema corte quei comportamenti potevano al massimo configurare il reato di indebita percezione di denaro pubblico, accusa che ha fatto scattare la prescrizione.
Gianluca Rinaldin e Giorgio Pozzi, entrambi - all’epoca - eletti nelle file del Popolo delle libertà, erano tra gli imputati dell’ultima tranche giudicata un anno fa ed entrambi vennero prosciolti. Rinaldin - con l’avvocato Simone Gatto - ha provato a ricorrere in Cassazione per chiedere l’assoluzione nel merito, ma il ricorso è stato respinto.
A evitarsi il processo in Appello fu l’ex capogruppo Pd in Consiglio regionale Luca Gaffuri, per il quale i giudici romani avevano sentenziato l’annullamento della condanna senza rinvio davanti ai giudici di Milano.
Quattordici anni. Sessanta imputati. Tre milioni e mezzo di euro di spese pagate dai contribuenti. Centinaia di udienze. Solo sei condanne entro i limiti della condizionale. Ma, forse, siamo davvero ai titoli di coda.
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