Scuola, stadio e parcheggi. Como procede senza visione
Editoriale Un modo di governare nel quale le singole decisioni sembrano arrivare prima della discussione sulla città che si vuole costruire.
Lettura 3 min.La scuola Corridoni chiuderà. Lo ha annunciato il sindaco, spiegando che non ci sono più bambini, che nella rete scolastica comunale ci sono 1.530 posti disponibili e che le famiglie saranno libere di scegliere dove iscrivere i propri figli. Ma la questione racconta forse qualcosa di più grande: un modo di governare la città nel quale le singole decisioni sembrano arrivare prima della discussione sulla città che si vuole costruire.
Ed è curioso che mentre si discute di scuole, stadio, parcheggi, Ticosa e mobilità, a Como manchi da anni lo strumento che dovrebbe mettere in fila tutte queste cose. Si chiama Documento di Piano ed è uno dei tre documenti che compongono il Piano di Governo del Territorio, insieme al Piano delle Regole e al Piano dei Servizi. Non è un documento ornamentale, di quelli che stanno bene alle spalle della poltrona dell’assessore all’Urbanistica. La legge regionale gli attribuisce una funzione precisa: definire il quadro di riferimento per lo sviluppo economico e sociale del Comune, individuare gli obiettivi e le politiche territoriali e stabilire il quadro delle trasformazioni. E siccome le cose cambiano, il Documento di Piano ha validità quinquennale. Nel caso di Como, il PGT è stato approvato nel 2013: cinque anni dopo, il 18 dicembre 2018, il Documento di Piano era arrivato alla scadenza. Da allora sono passati quasi otto anni, di cui oltre quattro di questa amministrazione, senza che nessuno abbia ritenuto necessario farne un tema politico della città.
Domande da porsi
La domanda, allora, non è soltanto perché la Corridoni debba chiudere, se perché funzionale alla realizzazione di un parcheggio al servizio dello stadio o per farne altro. La domanda è perché una decisione di questo genere non debba essere inserita in una discussione più ampia sulla rete dei servizi, sulla distribuzione della popolazione, sulla mobilità, sui quartieri e sulle trasformazioni urbane. E la domanda vale anche per lo stadio, per i parcheggi, per Ticosa e per tutto ciò che sta cambiando i punti di riferimento della comunità. Perché il rischio è quello di costruire una città attraverso progetti o, meglio, decisioni, senza che nessuno mostri mai la mappa dell’insieme. Prima lo stadio, poi i parcheggi. Prima si decide dove mettere le automobili, poi si ragiona sulla mobilità. Prima si chiude una scuola, poi si spiega che nella rete scolastica ci sono posti. È una singolare forma di pianificazione: quella per accumulo.
Qui entra in scena il Consiglio comunale, chiamato il 18 luglio scorso ad approvare il DUP, il Documento Unico di Programmazione per il triennio 2026-2028. Il Consiglio dovrebbe essere il luogo nel quale la proposta della Giunta viene studiata, discussa, modificata o respinta. Non un ufficio timbri. Il DUP – pur senza incredibilmente menzionare il fatto che il Documento di Piano è ampiamente scaduto – descrive con chiarezza quale dovrebbe essere il ruolo della pianificazione. Si legge che occorre coordinare le trasformazioni pubbliche e private «al fine di avere una visione generale e integrata». E, ancora più esplicitamente, si parla di progetti di ristrutturazione urbanistica dei quartieri da ricondurre a un «disegno urbanistico unitario e condiviso». Unitario e condiviso sono parole grosse, soprattutto quel «condiviso». Perché è difficile conciliare una città condivisa con una città nella quale il confronto, sempre che di confronto si possa parlare, con chi ci vive arriva dopo che la decisione è stata presa.
Dove sta andando questa città?
Forse manca la domanda più semplice: dove sta andando questa città? Cosa vogliamo? La città universitaria, la città turistica, la città razionalista, la città post-industriale? Non è una domanda ideologica. È una domanda urbanistica. Se il Documento di Piano è lo strumento che deve definire gli obiettivi strategici della trasformazione urbana, sarebbe interessante sapere perché la sua scadenza non abbia rappresentato una priorità per l’amministrazione e se i consiglieri comunali sapessero ciò che stavano votando a luglio. Perché un consigliere comunale non è lì soltanto per premere un pulsante al momento del voto: deve leggere, capire, chiedere, verificare. Altrimenti si rischia di ridurre la democrazia consiliare a una curiosa variante del telecomando: maggioranza, premere «sì»; opposizione, premere «no». E nel frattempo la città continua a cambiare pelle.
La Corridoni è solo l’ultimo, un po’ triste, episodio, di questo cambiamento. La questione vera è se Como abbia il diritto di discutere del proprio futuro prima di costruirlo. Perché uno stadio non è soltanto uno stadio. Un parcheggio non è soltanto un parcheggio. Una scuola non è soltanto una scuola. Sono pezzi della stessa città. E se manca il disegno complessivo, accade una cosa molto semplice: che alla fine il disegno della città lo fa non la scelta urbanistica, ma la somma delle singole decisioni prese o subite lungo la strada. Poi, per carità, comprendo anche la fatica dello stare in Consiglio. Ma, come diceva Bertrand Russell, «Niente è così faticoso come l’indecisione, e niente è così sterile».
© RIPRODUZIONE RISERVATA