Svizzera “calamita” per i sanitari. La tassa sulla salute non spaventa

Numeri stabili L’accordo fiscale con doppia tassazione non sta rappresentando un ostacolo. Biegger: «Sono collaboratori riconosciuti, fanno formazione e crescita professionale»

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A fine marzo (ultima rilevazione disponibile) i permessi “G” attivi nella sanità ticinese erano 3869, sette in meno rispetto al 31 dicembre, ma 59 in più rispetto all’analogo periodo - cioè al 31 marzo - del 2024. Ciò significa che l’accordo fiscale con annessa doppia tassazione non sta rappresentando un ostacolo ad un posto di lavoro in un settore che storicamente funge da “calamita” - a fronte di stipendi neppure lontanamente paragonabili a quelli italiani - per un sempre elevato numero di nostri lavoratori. Ora però non c’è più solo la doppia tassazione a frenare (sulla carta) l’esodo dei nostri lavoratori verso la sanità ticinese, ma anche la cosiddetta “tassa sulla salute”, che prevede 10 mila euro lordi in più all’anno per i medici e 5400 euro lordi in più per gli infermieri che sceglieranno di rimanere sul lato italiano della frontiera.

In tv

Di questo tema di stretta attualità - costato al momento alla Lombardia 50 milioni di euro di ristorni congelati - si è occupata la trasmissione “Seidisera” della Rsi che si è interrogata sulla bontà o meno di questo incentivo, girando il quesito alla voce autorevole di Annette Biegger, capo area infermieristica presso l’Ente ospedaliero cantonale. «Negli ultimi dieci anni il numero di frontalieri è rimasto stabile, nell’ordine del 13% - le sue parole a “Seidisera” -. Per quanto riguarda il personale specializzato siamo attorno a una cifra, anch’essa stabile, del 23». Ciò significa che il Ticino continua ad essere un approdo sicuro per il personale sanitario italiano, a fronte di 100 mila infermieri presenti in Lombardia, mentre in Ticino - ha fatto sapere sempre la Rsi - sono venti volte meno. Ad attirare il personale sanitario lombardo è anzitutto il grimaldello dello stipendio - «dalle due alle tre volte superiore a quello italiano» -, ma anche «il fatto di essere un collaboratore riconosciuto, di poter fare delle formazioni e di poter crescere professionalmente». Il tema è di stretta attualità anche perché ora la “tassa sulla salute” - che Regione Lombardia dovrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) applicare da settembre - ha introdotto un elemento di dibattito in più che comunque, sul fronte dell’occupazione, non sembra preoccupare più di tanto la sanità ticinese, anche a fronte della doppia tassazione in vigore dal 17 luglio 2023.

Da qui l’affermazione perentoria di Annette Biegger, legata al fatto che «finché riusciremo a continuare su questa strada, penso che sarà comunque possibile far fronte ai cambiamenti che avvengono in Italia».

Carenza di personale

Già da prima della pandemia, si è molto parlato dell’effetto “calamita” che la sanità ticinese produceva nei confronti del nostro personale sanitario. A questo proposito, ad oggi risulterebbero circa 15-18 mila i posti vacanti nella sanità svizzera (dunque tenendo conto di tutta la realtà federale). Posti destinati a salire attorno a quota 40 mila da qui al 2040. Inevitabile dunque il ricorso su larga scala a personale frontaliero o comunque proveniente da altri Paesi. Ad aggravare la situazione c’è anche il dato relativo ai 5 mila medici che mancherebbero all’appello sempre da qui ai prossimi quindici anni.

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