Tetto del 30% di stranieri in classe, Como boccia la nuova misura
Scuola «La soglia del 30% non risolve il problema». Servono risorse per garantire un’integrazione efficace potenziamento dell’italiano L2 e interventi strutturali
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Un tetto del 30% di alunni stranieri per classe. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sta preparando una misura ad hoc sulla distribuzione degli alunni nelle scuole. Il provvedimento potrebbe arrivare in Consiglio dei ministri tra giovedì e venerdì. Il tetto del 30% non rappresenta una novità assoluta, era stato introdotto già nel 2010, attraverso la circolare numero 2 firmata Mariastella Gelmini.
Com’è la situazione nelle scuole cittadine? E cosa ne pensano i dirigenti?
All’Ic Como Rebbio la quota di studenti stranieri lambisce il 70%: «Il nostro è un istituto caratterizzato da una forte presenza di alunni con background migratorio e, proprio per questo, viviamo quotidianamente le opportunità, ma anche le complessità legate all’integrazione scolastica – evidenzia la dirigente Francesca Angeloni -. Credo che il tema non possa essere affrontato esclusivamente attraverso un limite percentuale. In una scuola come la nostra, collocata in un contesto ad alto tasso di immigrazione, l’applicazione rigida del tetto del 30% potrebbe risultare particolarmente complessa. La vera questione, a mio avviso, è mettere le scuole nelle condizioni di garantire un’integrazione efficace: servono risorse adeguate, potenziamento dell’italiano L2, mediatori culturali, personale e interventi strutturali. L’obiettivo deve rimanere quello di costruire classi equilibrate e inclusive, evitando concentrazioni che possano creare difficoltà, ma anche evitando automatismi che non tengano conto delle situazioni reali degli studenti e dei territori».
Il lato logistico
«Ho diretto per anni alcune classi a Como Borghi con una percentuale di alunni stranieri superiore al 30%, in una quinta elementare erano il 100% - sottolinea Valentina Grohovaz alla guida per 15 anni dell’Ic Como Centro, andata in pensione lo scorso anno -. Le famiglie, italiane e straniere, portano i propri bambini nella scuola più comoda, generalmente quella più vicina a casa. Il fatto che una classe sia composta al 100% da alunni stranieri significa che questi imparano meno? No, non è possibile generalizzare. Se l’obiettivo di questa misura è facilitare l’integrazione, capisco il senso, ma non il modo, mi chiedo come si deciderà di gestire logisticamente le situazioni in cui verrà superato il tetto massimo stabilito. Spero vengano considerate le eccezioni territoriali».
Questione di termini
«Cosa si intende con il termine stranieri? Se si guarda l’etnia e il cognome le percentuali sono a due cifre, se di parla dei Nai, i neo arrivati in Italia, siamo a percentuali molto molto più basse intorno al 2% - rimarca Irene Crusco referente di plesso della primaria Severino Gobbi -. La maggioranza dei bambini “stranieri” sono nati in Italia, hanno frequentato la scuola dell’infanzia, parlano e comprendono l’italiano, appendono felici la bandiera dell’Italia, il loro Paese, fuori dal balcone».
«La scuola è il luogo dell’incontro, del rispetto, del crescere insieme, della valorizzazione delle differenze, non il luogo delle divisioni e delle etichette - conclude Crusco -. Ciò che bisognerebbe fare è mettere in condizione la scuola di dare il meglio a tutti gli alunni. Noi per esempio organizziamo laboratori dove utilizziamo anche i linguaggi dell’arte e della musica, linguaggi che non dividono, ma concorrono a definire un costrutto sociale condiviso. E’ questo che dovrebbe fare la scuola».
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