Tragedia sul lago, il dolore e l’appello dell’assessore: «Impariamo a rispettare le regole per onorare Arwa»

Palazzo Cernezzi Il cordoglio della città in consiglio per la scomparsa di Arwa Rfali. Cappelletti ricorda la tragedia personale del fratello e rilancia: «Impossibile piantonare ogni metro di costa, la vera prevenzione è la responsabilità di ciascuno»

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Como

«Ci sono momenti in cui le parole sembrano non bastare. La morte della piccola Arwa Rfali, che ha perso la vita nelle acque del nostro lago, lascia tutti noi sgomenti e profondamente addolorati. Il primo pensiero va ai suoi genitori, ai suoi familiari e a tutte le persone che le volevano bene. A loro va il nostro abbraccio più sincero e il cordoglio dell’intera comunità. Di fronte a una tragedia così grande non esistono parole capaci di alleviare un dolore tanto immenso. Proprio per il rispetto che dobbiamo ad Arwa e alla sua famiglia, credo però che sia doveroso fare una riflessione che guardi al futuro. Se da questa tragedia possiamo trarre un insegnamento, dobbiamo avere il coraggio di farlo».

Ha esordito così in consiglio comunale questa sera (mercoledì 22 luglio) l’assessore alla Protezione civile Michele Cappelletti sulla tragedia davanti al Tempio Voltiano con un accorato intervento nel quale ha anche chiesto a tutto il consiglio di raccogliersi in un minuto di silenzio in ricordo della ragazzina e ha richiamato al rispetto delle regole per evitare altre disgrazie in futuro.

«Quel tratto di lago – ha proseguito ringraziando anche soccorritori, volontari e forze dell’ordine - non è un’area destinata alla balneazione. Il divieto è presente con una segnaletica chiara e ben visibile. Non è un divieto imposto per limitare la libertà delle persone, ma perché quel luogo presenta caratteristiche che lo rendono pericoloso. Negli anni i volontari della Protezione civile, gli agenti della Polizia locale e le altre forze impegnate sul territorio hanno dedicato tempo ed energie per informare, richiamare e, quando necessario, sanzionare chi ignorava quei divieti. Troppo spesso, però, chi svolgeva questo compito è stato insultato, contestato e, non appena si allontanava, c’era chi tornava in acqua come se nulla fosse. Oggi è facile fermarsi a riprendere una scena con un telefono, pubblicare un video e scrivere un commento indignato sui social. È molto più difficile fare un passo avanti, avvicinarsi a una persona e dirle: “Guardi che lì è vietato fare il bagno, è pericoloso”». Poi ha aggiunto: «Dobbiamo avere il coraggio di dirci una verità: nessuna barriera, nessun controllo e nessuna presenza costante sul territorio potranno mai sostituire il senso di responsabilità individuale e il rispetto delle regole. Lo dico anche per esperienza personale. Trentasei anni fa ho perso mio fratello in un incidente stradale. Un’automobile gli tagliò la strada mentre era in moto. È una ferita che il tempo non cancella. In questi decenni moltissimi ragazzi e uomini hanno perso la vita in motocicletta eppure nessuno propone di vietare le moto o di chiudere le strade. Si investe sulla prevenzione, sull’educazione e sul rispetto del Codice della strada, ma sappiamo anche che non è possibile mettere un agente o una pattuglia a presidiare ogni incrocio, ogni curva o ogni chilometro di strada. La sicurezza dipende innanzitutto dalla responsabilità di ciascuno». L’assessore ha posto l’accento sulla responsabilità individuale, anche in acqua: «Lo stesso vale per il lago. Possiamo informare, installare cartelli, controllare, intervenire e sanzionare chi viola i divieti, ma non possiamo immaginare di presidiare ogni metro di costa ventiquattr’ore su ventiquattro. Il primo e più efficace strumento di prevenzione resta il rispetto delle regole. Le regole non vengono scritte per complicare la vita delle persone. Vengono scritte perché qualcuno, prima di noi, ha pagato con la propria vita il prezzo di un rischio che oggi conosciamo. Ignorarle significa esporre sé stessi e i propri cari a pericoli che spesso vengono sottovalutati. Se davvero vogliamo onorare la memoria di Arwa, facciamolo imparando qualcosa da ciò che è accaduto. Facciamolo rispettando quei cartelli, ascoltando chi ogni giorno lavora per la sicurezza e aiutando gli altri a comprendere che quei divieti non sono un capriccio delle istituzioni». Ha poi concluso dicendo che «ognuno noi deve fare la propria parte. Le regole non limitano la nostra libertà. La proteggono. E rispettarle significa avere rispetto della vita, della propria e di quella degli altri».

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