Venticinque anni senza Gianfranco Miglio, profeta “laghèe”
Il ricordo Il professore moriva il 10 agosto del 2001. Il figlio Leo: «Che meraviglia discutere con lui di cultura. Soffrì quando lo sostituirono con uno steward Alitalia»
Lettura 3 min.Si sentiva più un laghée che un uomo di città e non a caso chiese di essere sepolto nella “sua” Domaso. Sono passati 25 anni dalla morte del professor Gianfranco Miglio, avvenuta il 10 agosto del 2001 all’età di 83 anni e il suo lascito è costituito, ancora oggi, dai suoi scritti e dai suoi libri. Ha legato gran parte della sua vita all’Università Cattolica dove si laureò, insegnò e fu preside per trent’anni della facoltà di Scienze Politiche. Politologo e costituzionalista molto noto e apprezzato a livello internazionale è stato senatore per tre legislature (dal 1990 al 1994 per la Lega di cui è stato definito “l’ideologo”). Ma il professor Miglio, nella sua villa in alto lago è stato anche e soprattutto un grande ricercatore sul territorio comasco: dalle imbarcazioni all’architettura locale, dalla storia alla viticoltura. A quest’ultima si appassionò a tal punto da voler riprodurre lo storico vino “Domasino”.
Il professor Miglio è stato però, innanzitutto, un papà. E il figlio Leo, professore universitario di Fisica teorica della materia alla Bicocca, nel ricordarlo inizia raccontando quel «sodalizio molto forte con mia mamma (la signora Myriam Previero, conosciuta da tutti come Mimì, ndr) con cui ha condiviso tantissimo, gli ultimi dieci anni di politica, ma anche prima lei era sempre stata molto presente e sono vicini ancora oggi, sepolti uno di fianco all’altro a Domaso». Poi prosegue: «Era un padre molto affettuoso. Teneva tantissimo a me e al mio percorso, ma è sempre stato capace di stare sulla porta mentre mia mamma era più “interventista”. Abbiamo avuto un bellissimo rapporto e non so quanti figli di personaggi piuttosto ingombranti possano dirsi così fortunati come me di non aver avuto nessun fenomeno di rigetto e nessuna volontà di doversi misurare o superare. Da una certa età in poi l’ho goduto maggiormente, con meravigliose discussioni sulla cultura e sulla ricerca, spesso al tavolo di un ristorante».
Leo Miglio torna alla vita di tutti i giorni, quella del papà e del suo unico figlio: «Quando ero piccolino ricordo che aveva inventato un Risiko “ante litteram” che aveva disegnato lui, preso i pezzi e poi mi aveva insegnato a giocare e ogni tanto lo facevamo insieme – racconta – e anche quando ero più grande è stato molto vicino e non opprimente. Ogni volta, però, mi suggeriva la scelta più difficile. A 15 anni giravo l’Inghilterra senza telefonino perché mi mandò a studiare da una famiglia e quando finì la maturità mi convinse ad andare all’università al collegio Borromeo di Pavia e così appena finito il liceo mi rimisi a studiare per il concorso di ammissione. A 26 anni gli chiesi, visto che conosceva tutti, di farmi fare il militare “comodo” e lui mi rispose che era tutto a posto. Finì alla scuola di artiglieria a Bracciano per sei mesi. Ogni volta, con la sua moral suasion, mi dava una spinta gentile verso il percorso più complicato. Ma devo dire che ha funzionato».
Leo Miglio non nasconde il rapporto burrascoso del padre con la Lega e che «rimase molto male quando misero al suo posto, come ministro delle Riforme, uno steward dell’Alitalia come Speroni e disse che non poteva accettarlo. Ma sapeva bene che in politica non si può pensare di avere un trattamento onesto e rispettoso». E conclude guardando al futuro e all’eredità di suo padre: «A 25 anni dalla morte, il fatto stesso che i libri delle sue lezioni di politica che ho fatto sbobinare e pubblicato postumi vendano decine e decine di copie tutti gli anni è il metro sul lungo periodo di quello che ha lasciato. Passeranno tutti i leghisti e tra cinquanta o settant’anni nessuno si ricorderà più neanche dei segretari, ma di mio padre si ricorderanno ancora grazie ai suoi scritti. E questo fa la differenza».
A ricordare Gianfranco Miglio è anche il suo “discepolo”, il professor Lorenzo Ornaghi (già rettore della Cattolica e colui che succedette a Miglio alla guida di Scienze Politiche). Una collaborazione, tra i due, che porta oggi Leo Miglio a dire che Ornaghi per lui «è da sempre come un fratello maggiore». Ornaghi tratteggia la figura del politologo comasco: «Il punto di forza di tutte le ricerche di Miglio, oltre alla sua intelligenza, era il grandissimo senso e la straordinaria conoscenza della storia. Questo suo grande rispetto per la storia lo portava a cogliere i fenomeni più importanti e le tendenze sotterranee dei grandi cambiamenti del nostro tempo». E prosegue: «Il pensiero di Miglio è stato giustamente collegato ai suoi studi sul federalismo, che non era quello territoriale più noto ma si basava sulle macroregioni che riportava agli studi e all’impegno politico di Miglio a Como subito dopo la guerra accanto alla rivista “Il Cisalpino” così come Miglio resta importante nella cultura italiana per tema delle riforme». E chiude: «Fu un innovatore perché intuì i problemi che l’avanzare della tecnica e della tecnologia avrebbero portato alla politica così come riuscì ad anticipare, proprio perché consapevole della difficoltà crescente e del declino dello Stato moderno, l’avvento in forma nuova degli imperi e sotto questo profilo ebbe una visione del processo di integrazione europea da riconsiderare oggi perché aveva aspetti particolarmente interessanti e importanti».
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