Viaggio al termine della rabbia. Il racconto di chi c’era negli scontri di Milano
Presa diretta Una cronaca immaginaria dello scrittore comasco Edoardo Maspero. Gli eventi tra tensione, letteratura e mercanti del tempio.
Lettura 2 min.Nello zaino tenevo un passamontagna. Nero.
Sono un lavoratore, uno scrittore e, per quel poco che ancora significa, un ragazzo di “destra”. Sono stufo. Stufo di non essere pagato, di essere pagato poco, di dover ringraziare quando mi pagano. Stufo soprattutto di quelli che mi spiegano perché non dovrei esserlo. Mi sono messo il passamontagna.
Ne ho incontrati quattro, forse cinque. Ragazzi giovanissimi, vestiti di nero: i famosi “maranza”. Uno aveva una spranga, un altro il telefono. Senza passamontagna, probabilmente, ci saremmo presi a schiaffi.
«Fra, che vuoi?» «Voglio spaccare qualcosa.» «Anche noi, fra.»
Mi sono sentito subito a mio agio.
I loro perché erano infiniti: la polizia, i soldi, le periferie, i padroni, le case, le guerre, la scuola. Avevano così tante ragioni da non riuscire più a contenerle.
«E tu, fra?» Gli ho detto che ero uno scrittore. Mi hanno guardato come chi ha appena confessato una malattia. Ho spiegato che in Italia la cultura è una cosa bellissima, soprattutto quando la fanno gli altri, possibilmente gratis. Che avevo pubblicato libri e venduto idee, ma andavo ancora in ufficio per uno stipendio che non bastava. Che le case di produzione cinematografiche mi avevano sfruttato. Rubato idee. Sottopagato. 40 euro di lavoro a settimana: 400 euro al mese.
«Quindi sei povero?» «Sì.» Non avevo più la forza di negarlo. «Anche noi.»
Camminando abbiamo parlato di Dio. Forse perché, finiti gli argomenti contro il mondo, cominciano quelli contro il cielo. Uno mi ha detto la sua sura preferita, poi mi ha chiesto il mio passo del Vangelo. Gli ho parlato del giovane ricco, che se ne va triste perché possiede molte ricchezze.
«E quindi?» «Quindi non basta avere ragione. Bisogna essere disposti a perdere qualcosa.»
«Bella, fra.»
Poi qualcuno ha incominciato a rompere cose. A un certo punto le cose smettono di avere un nome: diventano vetri, superfici, rumori. Uno rompe perché l’altro ha rotto. È una formarudimentale di comunione. Siamo entrati in una libreria: libri giù dagli scaffali, pagine strappate.
C’era qualcosa di osceno in tutta quella cultura per terra, ma anche di familiare: non è così che trattiamo gli scrittori?
Poi ho visto cosa aveva in mano il mio amico. «NO! Quello no. È Céline.» «E chi cazzo è?»
Gli ho detto che aveva scritto uno dei più grandi romanzi del Novecento. Che era stato un uomo pieno di odio, autore di pamphlet antisemiti. Che ci metteva davanti a un problema terribile: cosa fare della bellezza prodotta da un uomo capace di tanta bruttezza.
«E tu lo difendi?» «Difendo il libro.»
«Ma non dobbiamo spaccare tutto quello che è marcio?» Non ho saputo rispondere. Ho raccolto Viaggio al termine della notte e gli ho raccontato di Bardamu, della guerra, dell’Africa, di una lingua che sembrava uscire dalla bocca di un disperato.
«Tipo noi?» «Eh sì… tipo noi.» «E come finisce?» «Fra… devi leggerlo.»
Me l’ha preso dalle mani. Intorno distruggevano tutto; noi parlavamo di letteratura francese. Gli ho detto che non tutti i libri vanno salvati. Avevo pronta una lista lunghissima: libri premiati per ragioni che con la letteratura non c’entrano, libri scritti dai potenti che si fingono dalla parte dei deboli. Libri scritti con il lievito dei farisei.
«E chi decide, fra?» Bella domanda.
L’ho visto allontanarsi con gli altri, il passamontagna calato sul viso, una spranga in mano e Céline sotto il braccio.
Senza quella stoffa nera ci saremmo disprezzati. Eppure eravamo giovani e disperati. Non maleducati, non incivili: disperati. Forse è arrivato il momento di bruciare un po’ di libri, di smettere di dare voce a chi ci vende il vuoto. Il problema è decidere quali. Se avessi lasciato fare a lui, avrebbe bruciato anche Céline. Se avessi lasciato fare a me, avrei bruciato tutti gli altri. La mattina dopo sono andato a messa. Rito ambrosiano, Dedicazione del Duomo. Il Vangelo di Matteo: Gesù scaccia i mercanti dal Tempio. «Voi ne fate un covo di ladri.»
Il sacerdote ha parlato della bellezza del Duomo. Io pensavo ai vetri rotti, ai libri strappati. Alle vetrine dell’alta moda intorno a uno dei luoghi più sacri del mondo, a tutto ciò che si vende all’ombra delle guglie. Merce anziché preghiera. Ladri anziché fedeli.
Il sacerdote non aveva detto questo. Nemmeno Matteo. Ma per un istante ho avuto l’impressione di aver capito tutto. È stato lì che mi sono spaventato davvero. Non quando si sono rotti i vetri. Ma quando, seduto in chiesa, ho cominciato a pensare che forse avevamo ragione.
Una cronaca immaginaria degli scontri di Milano, tra rabbia, letteratura e mercanti del tempio.
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