Sedici infortuni al giorno nei luoghi di lavoro. A Como l’8,5% in più

L’analisi Gli incidenti più frequenti rispetto al 2025. Diminuiscono però i casi gravi: un mortale da inizio anno. «Ispettorato sotto organico e controllare non basta»

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Ha una cinquantina d’anni, è un uomo, italiano, e lavora nel settore delle costruzioni e dell’impiantistica: è questo il ritratto del lavoratore medio che, tra aziende e cantieri del Comasco, rimane vittima di un infortunio sul lavoro.

Lo raccontano i dati del primo semestre dei 2026, aggregati da Inail in base alle denunce di infortuni che riceve. Tornando al Comasco, da gennaio a giugno sono stati 2.992 i casi di infortunio sul luogo di lavoro, l’8,5% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando le denunce arrivate erano state 2.757. Anche a livello regionale si è visto un incremento, ma limitato agli infortuni non letali. Al contrario, quelli con esito mortale (75 in Lombardia, di cui uno nel Comasco) sono diminuiti. «Vero che in assoluto il numero dei decessi scende in modo sensibile, ma tra gli infortuni non distinguiamo quanti ve ne siano gravissimi, rispetto ai gravi e quelli meno gravi. Talvolta è solo la fatalità ad essere l’elemento discriminante tra un lutto per una perdita e un dolore che segnerà per sempre la vita dell’infortunata/o grave» racconta Albino Gentile, componente della segreteria della Cisl dei Laghi, con delega a salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. «Detto ciò resta il problema di contrastare un fenomeno nuovamente in crescita causato da incuria, superficialità, ritmi serrati di lavoro, mentalità retrograda» continua Gentile, secondo cui la cultura della sicurezza dovrebbe partire ben prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, cioè alla scuola primaria.

Va poi detto che dietro a quei 2.992 casi, ci potrebbero essere decine se non centinaia di infortuni in più, mai denunciati, banalmente nel caso di assunzioni in nero che risultano invisibili all’Inail. Tornando sull’area lariana, oltre al totale degli infortuni, il database di Inail permette quasi di tracciare un volto delle vittime. Si scopre ad esempio che il 62% di loro sono uomini, prevalentemente nella fascia d’età 50-60 anni. I lavoratori e le lavoratrici infortunati nella nostra provincia sono perlopiù italiani (77%), e nella minoranza di persone straniere, le nazionalità più ricorrenti sono quella marocchina, albanese e peruviana. Al di là degli incidenti avvenuti in aziende che l’Inail non è riuscita a classificare, il settore in cui gli infortuni si verificano più frequentemente è senza dubbio quello delle costruzioni e impianti, seguito dalle aziende di metalli e macchinari, oltre a quelle che si occupano di trasporti e magazzini.

«La sicurezza non può essere affidata al caso: la riduzione delle morti deve essere il risultato stabile della prevenzione» sollecita Sandro Estelli, segretario generale di Cgil Como. Negli scorsi giorni, i carabinieri di Como, con il supporto del Nucleo Ispettorato del Lavoro e dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, sono entrati in alcuni cantieri per dei controlli, scovando delle irregolarità: «Controllare è indispensabile, ma non basta intervenire quando le norme sono già state violate o, peggio, quando un infortunio si è già verificato». E secondo Dario Esposito, coordinatore Uil Lario, c’è un altro punto di cui non si parla abbastanza: «Sul territorio comasco l’Ispettorato territoriale del lavoro opera con una carenza di organico che si aggira intorno al 45%; anche lo Psal di Ats Insubria si confronta con una pianta organica non completa. Abbiamo fortemente creduto nell’istituzione del Tavolo provinciale sulla sicurezza presso la Prefettura: a distanza di circa un anno, attendiamo ancora la sua convocazione». Insomma, la sicurezza «non può essere affrontata inseguendo i fatti di cronaca o limitandoci a commentare periodicamente i dati Inail. Bisogna provare ad anticipare i problemi e programmare gli interventi, mettendo chi deve prevenire e controllare nelle condizioni di farlo».

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