L’ultimo Time Warp di Tim Curry: un carosello delle sue cento vite

Cinema È morto il volto del Rocky Horror Picture Show, con alle spalle una carriera multiforme e lunga ben 120 film che hanno segnato l’immaginario di intere generazioni

Lettura 2 min.

Vengono definiti “virgins”, dai “regulars”, quegli spettatori che assistono per la prima volta alla proiezione di “The Rocky Horror picture show” e tutti, all’inizio, erano “vergini”. Inizia il film: logo della Fox, labbra che intonano “Science fiction / Double feature”, un matrimonio (attenzione ai tre officianti sullo sfondo), una proposta di matrimonio tra le lapidi del camposanto, un viaggio in macchina, una gomma forata, un castello dove cercare riparo, un maggiordomo bizzarro, fin qui (quasi) tutto bene. Poi lo scatenato “Time warp”, dove una curiosa accolita da far impallidire il serraglio della Factory di Warhol si scatena, fino all’arrivo, in ascensore, del padrone: di casa, prima i tacchi, poi la cappa, poi il volto truccato pesantemente e la folta e riccia chioma.

Uno per ogni generazione

Frank -N -Furter entra in scena, avvolto da un mantello che ricorda quello di Crimilde, la regina cattiva di Biancaneve. Guadagna il centro della scena e, all’improvviso si leva quel pesante fardello rivelando un corsetto attillato, un sospensorio, reggicalze e calze, ovviamente a rete. No, non è un vampiro, come si poteva supporre: “I’m just a sweet transvestite from transexual Transylvania” canta felice, prima di rianimare il suo personale mostro di Frankenstein, creato non per sconfiggere la morte, ma per il proprio personale piacere.

Piacere, inutile sottolinearlo, soprattutto, sessuale. A quel punto i “virgins” possono andarsene, sconvolti e schifati oppure abbracciare la filosofia del folle script di Richard O’Brien (“Don’t dream it: be it!”) e ripetere quel rito per infinite notti di fila. E con quel costume, quel trucco e quella voce, Tim Curry entrava nella storia del cinema, ma anche del musical, del costume, dell’immaginario pop, di tutto quello che volete. L’uomo che ha lasciato questo mondo a 80 anni, due giorni fa, purtroppo era stato fiaccato da un devastante ictus che lo aveva ridotto in sedia a rotelle dal 2012. Ma in passato era stato uno dei più versatili interpreti del teatro e del cinema britannico e poi internazionale.

Si era fatto notare nel cast di “Hair” e quando aveva preso parte alla produzione indipendente dell’embrionale “The Rocky Horror show” aveva dato forma sera dopo sera a un personaggio sempre più dirompente. Quando il film tratto dallo spettacolo si trasformò nel primo vero (e forse unico) cult movie, temeva di rimanere prigioniero di quel personaggio, tanto che rifiutò di apparire nel sequel, “Shock treatment” (e fece bene). Ma ogni generazione ha il suo Tim Curry.

Per il pubblico degli anni Ottanta, ad esempio, che trascorreva le serate davanti alla tv, era Pennywise, il terrificante clown diabolico che terrorizzava gli spettatori del serial “It”, tratto dal monumentale romanzo di Stephen King. Oppure era il diavolo in persona, in “Legend”, contrapponendosi a un giovane Tom Cruise. Chi aveva intuito le sue doti comiche già nei panni – pochi – del dr. Frank -N- Furter, ne ebbe irresistibile conferma in quell’irresistibile commedia nera che è “Signori il delitto è servito”.

Un’ultima apparizione destinata

In Italia, purtroppo, non abbiamo mai potuto assistere alle sue incursioni in palcoscenico come Re Artù nel clamoroso “Spamalot”, il musical che Eric Idle dei Monty Python ha tratto dal primo film della più irriverente ghenga comica d’Albione.

Ha vissuto molte vite sullo schermo, spesso truccandosi come Lon Chaney, ma anche mettendoci la sua faccia, caratterizzata da un sorriso sornione. Ha preso parte al musical “Annie”, diretto nientepopodimeno che da John Huston, al blockbuster “Mamma ho riperso l’aereo”, è stato il Cardinale Richelieu ne “I tre moschettieri” e il pirata Long John Silver nella versione de “L’isola del tesoro” interpretata dai Muppets (fiaccato dalla malattia nel fisico, ma non nello spirito, aveva realizzato un video in cui ricordava la storia d’amore sbocciata sul set... con Miss Piggy).

Ha realizzato anche tre album come cantante puro, ma la carriera da rockstar non è mai sbocciata veramente. Contando anche i suoi lavori come doppiatore, Curry ha preso parte a più di 120 film prima dello stop forzato. Fatalmente, la sua ultima apparizione sul grande schermo, nel 2016, è stata in un remake di “Rocky Horror”, questa volta nel ruolo del narratore, chiudendo un cerchio e confermandosi personaggio iconico e istrionico: “Non sognatelo: siatelo!” e Tim Curry è stato tutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA