Ben Pastor, la maestra del giallo storico sul lago: «Le zone grigie della storia sono il cuore della letteratura»

L’intervista L’autrice, ospite stasera a Bellano per “Il bello dell’Orrido”, racconta il suo nuovo libro ambientato nella Odessa del 1941. Un buon romanzo per lei deve entrare nei dilemmi morali: «Stiamo perdendo la capacità di accettare la complessità»

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Nata a Roma, formatasi in archeologia e per anni docente di storia e scienze sociali negli Stati Uniti, Ben Pastor è tra le voci più originali del giallo storico contemporaneo. Al centro di una delle sue serie più amate c’è Martin von Bora, ufficiale della Wehrmacht diviso tra obbedienza militare e coscienza morale, protagonista di indagini che attraversano le zone più oscure della Seconda guerra mondiale. Con “Lo specchio del pellegrino”, Pastor ci conduce sul fronte orientale, nella Odessa del 1941: città affascinante e insidiosa, ferita dall’occupazione tedesca e romena, ma ancora assetata di vita. L’autrice sarà ospite sabato 24 ottobre a Bellano della rassegna culturale Il bello dell’Orrido.

Nei suoi romanzi, le indagini di Martin Von Bora si intrecciano con le fratture ideologiche e i dilemmi morali della Storia. Che libertà le offre l’incontro tra romanzo storico e giallo?

È un’ottima domanda, perché tocca il cuore del mio lavoro. Il mio, e quello di molti altri autori è, un approccio postmoderno al passato. Prendiamo la Storia e proviamo a ricombinarla, anche con ironia. Non si tratta di giocare, verbo che trovo inappropriato, con i fatti della Storia ma di lavorare su una sorta di palinsesto. Il critico americano Fredric Jameson, che ha avuto la bontà di recensirmi, diceva proprio questo: è un’immagine in cui mi riconosco, perché la Storia è composta da diversi strati. La libertà che mi offre la finzione è quella di intervenire dove serve al contesto narrativo, nel rispetto di ciò che il conflitto ha comportato e causato, senza strappi visibili. È un lavoro che richiede molta attenzione.

Il suo lavoro le richiede di consultare archivi, documenti e testimonianze, fonti che ci restituiscono il passato ma riflettono anche ciò che abbiamo scelto di conservare. Che cosa ha scoperto, in questi anni, sul modo in cui selezioniamo, tramandiamo e costruiamo la memoria storica?

Sono cresciuta nel dopoguerra, in un’Europa e soprattutto un’Italia, immersa in una narrazione di matrice statunitense, che non escludeva necessariamente le altre ma ci ha reso difficile guardare altrove. Ho imparato nel tempo a cercare altre fonti: penso alla storiografia russa, bielorussa e ucraina, accessibili oggi anche grazie al web. Questo ha molto arricchito la mia prospettiva, restituendo, ad esempio, il ruolo decisivo dell’Unione Sovietica nella vittoria alleata. Aggiungo che la ricerca diventa ancora più difficile quando si sceglie un personaggio che si trova dalla parte sbagliata della storia. La storiografia tedesca è stata profondamente riorganizzata nel dopoguerra, anche attraverso la riscrittura dei programmi scolastici da parte degli Alleati. È stato quindi difficile ricostruire cosa fosse la resistenza tedesca all’interno dell’esercito, chi fosse l’oppressore e chi, pur appartenendo al sistema gli si opponesse. Raccontare l’Olocausto e le stragi della Seconda Guerra Mondiale significa allora dare spazio a molte voci, soprattutto a quelle silenziate. Dobbiamo saperci orientare in questa matassa di informazioni e cercare di capire dove stia la verità, che non è mai univoca.

È stato difficile raccontare nel tempo la zona moralmente grigia in cui si muove Martin Von Bora?

La risposta è nì. Sapevo di voler raccontare «l’uomo giusto nell’uniforme sbagliata» - come era già stato fatto da altri – ma nel mio caso c’era un’urgenza diversa. Ho cominciato a parlare di Martin Von Bora alla fine degli anni Novanta, ossia quando è stato possibile farlo. Negli anni Settanta e Ottanta, infatti, i tempi non erano maturi, c’erano ancora troppa divisione ideologica, troppo dolore e troppo lutto. Sono stata privilegiata dal momento in cui ho cominciato a scrivere, ma questo non significa che raccontare certi aspetti della Storia sia diventato più facile. Nei romanzi precedenti a questo ho cercato di mostrare l’ombra che l’Olocausto proietta, anno dopo anno, sulla psicologia di un uomo attento e filosoficamente consapevole come Bora. È qui che si entra davvero nella zona grigia e per muovermi ho creato uno spazio simile a quello che gli statunitensi definiscono “fire lanes”: grandi spazi vuoti nelle aree boschive che hanno la funzione di impedire il propagarsi incontrollato degli incendi. Allo stesso modo, ho collocato il mio protagonista dentro il sistema, ma senza che lui ne fosse completamente parte.

Siamo ancora capaci, secondo lei, come società, di stare nell’ambiguità e accettare la complessità dell’esperienza umana?

Da pessimista e anti-illuminista, la mia risposta personale è no. Quella professionale è: forse ancora, ma non per molto. Viviamo in una dimensione apodittica in cui ciò che si dice è, e stiamo perdendo la capacità di stare nell’ambiguità. Penso al rapporto, doloroso per l’Italia, tra fascismo e antifascismo: come raccontiamo quella storia? È il momento di perdonare? Dobbiamo farlo? Sono domande che dovremmo porci, ma non vedo che lo facciamo. La letteratura, soprattutto quella americana, racconta spesso un presente neutro e corretto, in cui non c’è nulla da ridire. Ma la realtà può essere distopica e le scelte dolorose: è proprio lì che la letteratura dovrebbe misurarsi con la complessità, e invece non lo fa abbastanza.

In un’epoca in cui la memoria storica è spesso oggetto di scontro e il passato viene reinterpretato alla luce delle visioni politiche del presente, che responsabilità hanno gli scrittori nel raccontare la Storia?

Si può essere ideologici, ma non faziosi: questa per me è una linea rossa che non varcherei mai, perché la faziosità non è giustificabile. Anche il politically correct rischia di trasformarsi in una dittatura su ciò che si può dire e non si può dire, contraddicendo la libertà che proclama. Gli scrittori oggi devono trovare il modo di raccontare senza ridurre tutto a un’unica prospettiva, con generosità verso chi la pensa diversamente. Cancellare il passato significa privarsi della possibilità di imparare: è una questione delicata, ma dobbiamo affrontarla.

Ha riscontrato differenze tra lettori italiani e americani nel modo di leggere il giallo storico e accettare le ambiguità dei protagonisti?

È una domanda astuta e difficile. Credo che negli Stati Uniti ci sia più interesse verso il giallo storico, da noi talvolta considerato noioso. Gli statunitensi poi hanno un grande amore per il passato, dalle origini europee alle storie dei popoli nativi e degli afroamericani: un coinvolgimento affettivo che in Italia è molto meno marcato. Da noi, negli ultimi trenta o quarant’anni, poi è stato chiesto al giallo di farsi specchio della realtà, un compito che in origine non aveva. Io mi servo del genere, ma cerco una letteratura più vicina al mainstream, soprattutto nello stile. Quello che temo è che si stia perdendo attenzione all’uso della lingua. Penso a Simenon e ai miei amatissimi Maigret: una scrittura apparentemente semplice, ma colta, attenta e ricca di sentimenti e sfumature. Oggi leggo spesso una prosa frettolosa, talvolta sciatta. Il futuro del giallo sta nel sottrarsi alle regole e ritagliarsi uno spazio proprio. La lingua in questo senso deve diventare un personaggio della storia altrimenti il genere rischia di saturarsi; la ricerca stilistica potrebbe rinnovarlo.

L’incontro con l’autrice oggi al Bello dell’Orrido

Si intitola “La signora in giallo” la serata che la rassegna il Bello dell’Orrido dedica a Ben Pastor, scrittrice noir di fama internazionale e docente di scienze sociali nelle università americane. L’incontro, al cinema di Bellano, si concluderà con risottata in compagnia dell’autrice. L’occasione è data dall’arrivo in libreria de “Lo specchio del pellegrino” (Sellerio, 2026), ultimo libro con Martin Bora, uno dei personaggi più amati nei gialli storici di Sellerio.

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