Camus domanda e “Hamnet” risponde

La rubrica Un classico al mese fino alla fine dell’anno, riletto e raccontato grazie alle chiavi culturali contemporanee. Ne “Lo straniero” Camus si chiede a cosa serva la letteratura. Nel film di Zhao essa è celebrata perché parla della vita

A cosa serve la letteratura? Se Albert Camus avesse visto “Hamnet” di Chloè Zhao, avrebbe potuto trovare a questa domanda una risposta confortante, e non densa dell’onestà – quasi pessimismo storico – che ha caratterizzato la sua esistenza e la sua produzione letteraria.

Questo perché “Hamnet” è un film che in qualche modo è in contrasto con la letteratura di Camus e, nonostante ciò, paradossalmente, in perfetta armonia. I romanzi di Camus sono infatti figli dell’onestà. Non l’onestà giuridicamente intesa, ma l’onesta di fronte alle contraddizioni della vita, alle insensatezze del mondo. Camus è senz’altro un autore esistenzialista, sebbene egli stesso rifiutò questa etichetta – e d’altronde la parola stessa, “esistenzialismo”, circoscrive la complessità del pensiero a un insieme chiuso e finito nel tempo, sebbene l’esistenzialismo sia attuale ancora oggi.

Vita da «naufrago spatriato»

L’intera produzione letteraria di Camus, si chiede quindi: che senso ha la vita? Perché stiamo al mondo? E di conseguenza, perché scrivo? A cosa serve la letteratura?

“Lo straniero”, tra i romanzi dell’autore algerino è quello che più di tutti si pone questo interrogativo, che affronta forse la più intollerabile delle questioni umane. Camus non credeva in Dio, anzi, per lui la prova schiacciante della sua assenza erano proprio le assurdità e le atrocità che il suo secolo stava piano piano mostrando. Quando nel 1942 venne pubblicato “Lo straniero” il mondo si trovava nel pieno del conflitto mondiale, era appena uscito dalla guerra civile spagnola – raccontata da Hemingway e Orwell con una punta moderata di esistenzialismo – e nell’Algeria di Camus il colonialismo si avviava verso la sua violenta conclusione, in un paese diviso, dove tutti sono un po’ stranieri.

La condizione di straniero per Camus è davvero una coordinata necessaria per comprendere la sua vita: non era infatti né algerino, né francese, era straniero in Algeria quanto in Francia, «naufrago spatriato» in quel tratto di Mediterraneo. Lo straniero di cui scrive è un impiegato di nome Meursault, un uomo senza mappa, completamente alienato dal mondo e da sé stesso. Come Camus intende l’uomo del suo tempo. Lo straniero è perciò tale al resto degli uomini, alla società, ed è per questo che quasi per caso – così riesce magistralmente a raccontare Camus – uccide un arabo. Eppure, la sua era una vita ordinaria: il suo capo - e qui ritornano gli echi della vita dell’autore stesso - gli aveva appena proposto un trasferimento presso la filiale di Parigi. La risposta di Meursault è la seguente: «Ho detto che sì, ma in fondo per me era lo stesso. Allora mi ha chiesto se non m’interessasse cambiare vita. Ho risposto che non si cambia mai vita, che comunque una vita vale l’altra e che la mia lì non mi dispiaceva affatto»ò.

Senza spiegare il perché

Onestà. Un’onestà fastidiosa, non necessaria, cruda e crudele. La vita passa su Meursault, e nonostante questo, Camus riesce a renderlo un personaggio tridimensionale, non solo credibile, ma anche odioso e fragile. La magia sta nella lingua dell’alienazione, una lingua che è di Camus, una lingua del secolo scorso. L’estraneità di questo romanzo l’abbiamo infatti già vista, sebbene declinata diversamente, in “Fiesta” di Hemingway, ne “La nausea” di Sartre, e la vedremo poi in tanti altri romanzi, da Moravia a McInerney, fino ad arrivare a Brett Easton Ellis. In Ellis l’assurdo di metà secolo si trasforma in nichilismo capitalistico, e tuttavia il seme è stato piantato proprio da Camus e da Meursault.

“Lo straniero”, come dovrebbero fare tutti i grandi romanzi e come dovrebbero fare tutti i grandi scrittori, ci restituisce un’emozione quasi indecifrabile, un’emozione che nasce fin dalle prime pagine, persino dalla prima frase: «Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so».E Camus ci porta allora con sé, nei pensieri di un personaggio che sembra perdere la lucidità solo quando dalla sua mano partono cinque colpi di pistola. Attorno a questo vuoto letterario, Camus costruisce l’impalcatura dell’intero romanzo. Perché ha sparato? Cosa lo ha indotto a uccidere? La riposta non c’è.

Per caso, ci dice Camus, eppure questa domanda è ciò che muove la narrazione. “Lo straniero” è il diario di un assassino: nel momento in cui Meursault si trasforma in un assassino, però, nemmeno lui riesce a spiegarne il perché. Il male ha origine in un meandro che l’essere umano non è in grado di raggiungere. Infatti, l’unica risposta che il personaggio riesce a formulare è che ha ucciso «per colpa del sole».Perciò a cosa serve la letteratura? “Hamnet” è confortante perché ci dice che la letteratura è la cosa più importante del mondo. O meglio, parla della cosa più importante del mondo: la vita. Non solo, la letteratura è ciò che lega le persone, ciò che produce il racconto di una famiglia, di una città, di una Nazione, di un essere vivente, l’Uomo.

«Esiste la bellezza»

La letteratura di Camus, terribilmente onesta e coraggiosa, non fa altro che aiutarci nei momenti in cui la vita appare priva di senso, in cui veniamo assaliti dallo sconforto, dal catastrofismo, dal nichilismo tardo-capitalista; e non perché ci dice che invece la vita ha un senso, come fa la religione, ma proprio perché ci ricorda che esistono persone, scrittori, in grado di sopportare questo assurdo vuoto del cuore, e di produrre infine così tanta bellezza.Il modo migliore per raccontare Camus, è attraverso le parole di Camus stesso: «Esiste la bellezza ed esiste l’inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi».

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