Confessioni di streghe, ma senza tortura

Il saggio Germano Maifreda propone una lettura innovativa della stregoneria tra XV e XVII secolo in Europa. Con nuovi documenti analizza casi di chi dichiarò di aver compiuto pratiche magiche senza passare da un processo

Nell’imponente produzione critica sulla stregoneria nei primi secoli (XV-XVII) dell’età moderna, spicca l’attenzione rivolta alle tecniche di interrogatorio dei tribunali dell’Inquisizione e alle pratiche di tortura esercitate allo scopo di estorcere confessioni, spesso ritrattate all’attenuarsi dello strazio fisico e della oppressione psicologica. La focalizzazione quasi esclusiva sulle tecniche di interrogatorio era, ed è tuttora, l’effetto sugli studiosi moderni dell’inverosimiglianza delle pratiche di stregoneria in quel modo confessate.

“Sono una strega. Confessioni del sabba nel passato europeo” (Torino, Einaudi, 2025) di Germano Maifreda si distingue per un approccio inedito: muove - nell’incerto confine tra medioevo ed età moderna - dalla vicenda di donne e uomini europei che, senza aver subito pressioni di sorta, al di fuori di processi penali, senza coercizione o altra forma di tortura fisica o psicologica, dichiararono ai loro confessori di avere praticato voli notturni e preso parte al sabba diabolico.

I documenti

Più specificamente, rivelarono ai loro confessori di aver incontrato il diavolo e di avere intrattenuto rapporti sessuali con lui, in una esperienza di inconsueta emozionalità che li contrappose a Dio. Maifreda ribalta il paradigma storiografico che vede nel sabba un’artificiosa creazione imposta da una repressione sanguinosa, facendo credere che vi corrispondesse un’esperienza reale. Come sovente avviene, una nuova tesi presuppone nuovi documenti. Quelli sui quali si basa questo libro sono conservati nell’Archivio storico della Penitenzieria apostolica di Città del Vaticano, aperto solo nel 2009 da Benedetto XVI. I suoi faldoni conservavano aspetti della vita interiore dei fedeli protetti dal sigillo sacramentale e dunque non destinati alla lettura di soggetti esterni a tale rapporto, sicché la Penitenzieria per antica consuetudine non versa la propria documentazione nell’Archivio apostolico vaticano. Tale separatezza dalla commistione, tipica di quest’ultimo, tra diritto ecclesiastico e diritto pubblico, tra potere religioso e potere politico, consegna agli storici testimonianze fermate, per così dire, nella loro autenticità.

Non sorprenderà dunque che la confessione dei peccati abbia svolto un ruolo centrale proprio nel legittimare «dal basso» false credenze, ad esempio la festa orgiastica del sabba.

La “confessio”, obbligatoria, sollecitante i segreti del cuore, protesa verso l’assoluzione, doveva creare uno stato d’animo particolare, che risultava più accentuato nella soggettività femminile: «La prima persona singolare sottesa al titolo di questo libro è declinata al femminile: non solo perché è alle donne che l’immaginario diabolico europeo ha più spesso attribuito la responsabilità di perpetrare il male. L’io della confessione è in apparenza libero; in realtà, per molte ragioni, è forzato, così come costretta è ancora oggi la soggettività femminile e minoritaria, per quanto sembri ai più fin troppo affrancata».

La persecuzione della stregoneria si intreccia, in quell’età, con quelle dell’eresia e della magia, forse politicamente più pericolose a causa degli ambiti socio-culturali di diffusione. In compenso, se la confrontiamo con il ricchissimo insieme di tesi e pratiche ereticali tra Quattro - e Cinquecento, ad esempio d’ordine teologico, o sacramentale, o perfino cosmogonico, e con quello di dottrine e prassi magiche, dalla la ‘colta’ magia naturale alla bassa magia cerimoniale, vediamo che la stregoneria si caratterizza per un ventaglio più ristretto di pratiche tra le quali il sabba occupa una posizione preminente.

Ma c’è del vero in tutto questo?

La confessione di averlo praticato, senza essere estorta con la tortura, senza lusinghe e talora al prezzo di costose procedure a Roma di remissione dei peccati, senza essere frutto di alterazioni psicopatologiche, come riteneva Andrea Alciato, ebbero quale motore il sincero pentimento della coscienza, la volontà di ottenere perdono.

Ma perché, allora, quelle confessioni? Se quei racconti non furono forzati, dobbiamo con ciò considerarli «veri»? Come osserva uno dei principali studiosi della persecuzione della stregoneria, Giovanni Merlo, «la verità delle confessioni registrate […] è situata nel metareale, da intendersi come la costruzione culturale che afferma e descrive l’esistenza dell’universo demoniaco»: nell’ossessione di un complotto immaginario ordito contro la società, il quale travisa e tinge di peccaminoso strati arcaici di una cultura folklorica.

Dunque non avrebbe senso riscontrare sulla realtà empiricamente verificabile il coefficiente di verità di queste confessioni spontanee: evidente che chi si autodenuncia di aver volato non possa averlo fatto. Ma la verità di quelle parole va cercata nel peso insostenibile di una costruzione culturale che, postulando l’esistenza di un demonio tentatore con caratteri di perversione sessuale, imponeva ai singoli la sua inconfutabile oggettività nella ‘società inglobante’. Dunque furono confessioni formalmente “libere”, ma soggette ad (e scaturite da) una più sottile costrizione.

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