(Foto di eredi di luigi ghirri)
Il caso. Di lui è uscito persino il volume “Opere complete” ma non si è mai visto, è il primo scrittore “assenzialista”. Dietro gli spassosi e urticanti libri si cela Daniele Benati
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Ci sono scrittori che esistono, ma forse sarebbe meglio non esistessero (nel senso che sarebbe meglio se si dedicassero ad altro), poi ci sono scrittori che non esistono, ma in ultima analisi è come se esistessero, perché i loro scritti sono raccolti non soltanto nelle “Opere complete”, ma addirittura nelle altre “Opere complete”.
Viene anzi il dubbio che simili scrittori esistano davvero, anche se magari sono nati in due luoghi differenti, Campogalliano e San Giovanni in Persiceto (nelle province di Modena e Bologna: nebbia fittissima in inverno, calura infernale e umidità da foresta cambogiana nella stagione estiva), e anche se sbarcano il lunario prestando servizio presso la ditta “Scoppiabigi e Figli”, con la specifica mansione di “tener dietro al loro lupo”.
Comunque sia, che esista o meno, o non sia piuttosto l’alter-ego di uno scrittore che esiste realmente (Daniele Benati) e al quale va riconosciuto il merito di averne curato e pubblicato non solo le “Opere complete”, ma anche le altre “Opere complete”, lo scrittore in questione risponde – o potrebbe rispondere – al nome e cognome di Learco Pignagnoli: i suoi scritti sono usciti inizialmente per i tipi dell’editore Aliberti (le “Opere complete”) e infine per Quodlibet (le “Opere complete e altre Opere complete”). Pignagnoli è forse la coscienza infelice (oppure felicissima) di Benati, sicuramente è uno dei migliori scrittori italiani contemporanei nonché fondatore e primo esponente dell’“assenzialismo”, un movimento o corrente di pensiero che «sceglie il non esserci come pratica quotidiana». Il suo amico e conterraneo Paolo Nori ha creato perfino alcune targhe, con l’unico quanto nobilissimo scopo di commemorarne l’assenza.
Pignagnoli, ad esempio, ha scritto sia le “Opere complete” che le altre “Opere complete”, però non ha mai partecipato alle presentazioni dei volumi, mandando Benati al proprio posto, inoltre non ha mai presenziato ai numerosi convegni e simposi che gli sono stati dedicati in varie località, anche in questo caso delegando al fido Benati il compito di rappresentanza. Si ha quasi l’impressione, insomma, che Pignagnoli si muova in aperta controtendenza rispetto alle peggiori abitudini della nostra epoca, che investono anche i parlamenti buffi dell’industria editoriale e culturale: il presenzialismo, la chiacchiera, l’amichettismo, le fanfaronate da social-network, le messinscene d’autore, i “cacalibri”, l’autobiografismo, l’immancabile e fatale “tratto da una storia vera”, le mutrie pensose e sofferte nelle fotografie in bianco e nero sulle quarte di copertina, gli autori che vivono spesso “tra New York e Parigi”, e così via, come nel catalogo di Leporello.
«Quando non si sa scrivere, un romanzo riesce sempre più facile di un aforisma», ha detto il suo “antenato” Karl Kraus. Pignagnoli sa scrivere (bene, anzi benissimo, come si può facilmente desumere dalle “Opere complete” e dalle altre “Opere complete”), ha sempre disdegnato il genere del romanzo e si è limitato (si fa per dire) all’aforisma, alla misura breve, a quelle che Jules Renard aveva definito “phrases courtes”: un paio di righe, al massimo due o tre pagine a stampa. Forse, esattamente come Renard, ha capito che ormai il frammento ha sostituito la totalità. Oppure la pensa come l’austriaco Alfred Polgar, che con ogni evidenza è un altro dei suoi “antenati”: «La vita è troppo breve per la forma lunga, troppo fuggevole perché si possa indugiare in descrizioni e commenti, troppo psicologica per la psicologia, troppo romanzesca per il romanzo. Oggi la vita non ha testo ma solamente aggiunte, commenti, al massimo istruzioni per l’uso».
Morale della favola: siccome Pignagnoli sa scrivere, non scrive romanzi ma aforismi. Nelle sue “Opere complete” e nelle altre “Opere complete” ce ne sono tanti: bellissimi, profondi, spassosi e urticanti, tali da inserirlo in un ideale pantheon insieme ai grandi moralisti del Sei-Settecento nonché a Wilde, Butler, Flaiano, Léautaud e i già ricordati Renard, Kraus e Polgar. Eccone alcuni esempi, meritoriamente proposti da Benati con assoluta fedeltà al dettato originale: «La ripetizione delle cose è sempre una novità»; «Ricordatevi sempre una cosa: i peggiori sono quelli che usano il tempo dei verbi al futuro»; «Diranno: ma tu ci sembri un tantino sarcastico. Altroché, dirò. Il sarcasmo viene prodotto dall’unica sostanza chimica capace di tenere in vita una persona».
Ma l’aforisma davvero “originario”, se tale lo si può definire, che esprime e sintetizza tutta la scrittura e forse l’intera esistenza di Learco Pignagnoli (non soltanto la sua, a ben vedere) è contenuto nella cosiddetta “Opera numero 13” della sezione “Opere complete”: «Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano». Non siamo lontani dal “Baldus” di Folengo, oppure dalla “Favola della botte” di Swift. Ma è inutile chiedere ulteriori delucidazioni: né a Benati, né tantomeno all’“assenzialista” Pignagnoli.
Resta tuttavia una domanda alla quale si può positivamente rispondere. Cosa rimane, una volta terminata la lettura di questi sproloqui che non sono sproloqui, di questi pensieri strampalati che non sono strampalati, di questi vaneggiamenti che non sono vaneggiamenti, di questi pistolotti che centrano immancabilmente il bersaglio? La risposta, una volta tanto, è semplice: niente.
Anzi, il Niente di una società totalmente paga e soddisfatta del proprio Niente. Perché lo “sbombardato” e lucidissimo Pignagnoli (forse a causa delle nebbie invernali e dei miraggi estivi delle zone in cui vive) prende di mira tutto e tutti, perfino sé stesso, e ci fa capire che in fondo la vita non si sa cosa sia, perché la troppo sopravvalutata “realtà” non è altro che un “pataccaio” vociante, una baracconata, una sagra rionale e globale del fiato perso, dove ci si fanno un sacco di idee ma le cose succedono perché succedono, e dove alla fine cala il sipario.
C’è quindi un certo smarrimento, una volta terminata la lettura delle “Opere complete” e delle altre “Opere complete”, ma anche molto sollievo. Perché tutto quanto ci appariva ordinato, giusto, regolare, serioso, professorale, ragionevole e soffocante, ci appare completamente privo di senso.
Learco Pignagnoli merita davvero molta gratitudine: se non dovesse “tener dietro” al lupo della “Scoppiabigi e Figli”, verrebbe quasi voglia di andare a Campogalliano, San Giovanni in Persiceto o da qualche altra parte per ringraziarlo di persona, anche nella certezza che in quelle nebbie o in quei miraggi non lo si troverà da nessuna parte. Dice l’“Opera numero 425”, l’ultima delle altre “Opere complete”: «Comunque c’è troppo casino a questo mondo, non si può andare avanti così. Voi cosa dite, siete d’accordo con me oppure ci ho ragione io?».
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