«Faccio la spia a tempo pieno. Non è un Far West, serve rigore»

Il personaggio. Klara Murnau racconta il suo lavoro di investigatrice privata per Europol. Un mestiere regolato, etico e al servizio dei diritti. «Molto lontano dagli stereotipi delle serie tv»

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Klara Murnau è convinta che il suo lavoro di spia le permetta di aiutare le persone: «Come investigatori privati raccogliamo prove che servono poi in tribunale per tutelare i diritti - spiega, mentre mette in silenzioso gli altri telefoni che le squillano intorno, durante l’intervista, e che sono parte integrante della sua vita e del suo lavoro - Agiamo a difesa di una persona, mai per accusarne un’altra ed è una cosa poco nota del nostro mestiere». Non è l’unica cosa poco nota, perché il lavoro degli investigatori privati è uno di quelli avvolti dal mistero e da moltissimi pregiudizi. Colpa dei prodotti seriali e televisivi realizzati negli Stati Uniti, secondo Murnau, cagliaritana di 44 anni, oggi volto di Europol Italia, agenzia investigativa e di intelligence che opera a livello internazionale: «Capita spesso che mi chiedano se ho il porto d’armi... ma perché dovrei averlo? Che c’entra con il mio lavoro?».

Tra limiti e controlli

Anche per questo, per raccontare un mestiere sempre meno noto ma sempre più importante, Murnau sarà a Como, a Palazzo Natta, oggi alle 17.30 per incontrare gli studenti del liceo Giovio impegnati nel progetto BiblioLab: con loro, insieme a Claudia Fasola, dialogherà su cosa significa indagare per mestiere.

La sua carriera da spia («Dico spia invece che investigatore perché sono una figura ibrida, mi occupo soprattutto di investigazioni sotto copertura all’estero, quindi sto a metà tra i due ruoli») inizia in modo inaspettato durante gli studi universitari: conoscendo bene il francese viene ingaggiata dalla mamma di un amico per fingersi un’altra persona e raccogliere delle prove su un caso.

«Da lì non mi sono più fermata - dice - Prima perché mi pagavano davvero tanto, ora le cose sono un po’ cambiate e ho capito che questo lavoro mi piace e mi fa sentire utile agli altri. Nel mezzo ci sono stati anni di esercitazioni e anche di studio approfondito». A un investigatore serve sapere molte cose, dal campo della giurisprudenza a quello della psicologia. E soprattutto serve conoscere i limiti del proprio mestiere, stabiliti dal Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza). Per operare serve un’autorizzazione, che deve essere rilasciata dal prefetto e rispettare molti requisiti indicati nella normativa. «Tutt’altro che il Far West che certe serie tv portano a immaginare: ogni mandato che riceviamo dalla prefettura è registrato, per esempio» commenta Murnau.

La lunga formazione

E poi serve, appunto, studiare continuamente: si lavora con metodi Osint (raccolta e analisi di dati pubbliche), ci si deve confrontare continuamente con i legali, conoscere i sistemi legislativi e giudiziari di altri Paesi, se coinvolti nel caso in questione, e bisogna lavorare con moltissimi numeri. E questo a prescindere dal fatto che ci si occupi di persone scomparse, casi di raggiri online, storie di molestie, conti correnti off shore, aperti cioè al di fuori dei confini nazionali entro cui vive il titolare, crypto trading, ovvero acquisto e vendita di cripto valute, o tradimenti coniugali.

Tutte storie su cui, negli ultimi vent’anni, Murnau ha lavorato. «Sempre però dandomi un limite invalicabile: non ledere la dignità umana. Per me questo lavoro è aiutare gli altri ed è un onore farlo» aggiunge. Spiega poi che non è la complessità apparente del caso a renderlo più o meno interessante: «Per esempio, quando mi occupo di diritto famigliare, quelle che comunemente vengono definite “corna”, in realtà si tratta di casi in cui cerco prove da portare in tribunale per difendere un diritto del cliente: può essere il diritto a ricevere l’assegno di mantenimento, ad avere un trattamento equo tra moglie e marito al momento del divorzio, a mantenere un rapporto con un figlio e così via. Non sono mai storie banali». Oggi Murnau è anche autrice di un libro, edito da Baldini + Castoldi, “Better call Klara”, un racconto in presa diretta e profondamente ironico sulla vita del detective: «Ora lavoro meno come spia in Italia, perché c’è il rischio che sia riconoscibile. All’estero, invece, continuo a lavorare anche sotto copertura».

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