Guccini, il cantastorie che narrava l’Italia ma non voleva fare il cantautore
Lutto È morto a 86 anni. I suoi brani memoria collettiva. Grande osservatore del suo tempo, sempre impegnato
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«Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente, non m’importa dei giudizi della gente, odio in modo naturale ogni ipocrisia morale, odio guerre ed armamenti in generale».
È il 1966 - sessant’anni prima della notizia, giunta ieri, della morte di Francesco Guccini, a 86 anni - e, all’improvviso, il beat italiano si scopre adulto, con una canzone, “L’antisociale”, relegata a un lato B di un brano innocuo (“Un giorno tu mi cercherai”) opera di quello che era il principale “complesso” del periodo, l’Equipe 84. Quella canzone di protesta, di spiccata matrice dylaniana e dai versi arditissimi («Sono senza patrimonio, sono contro il matrimonio, non ho quello che si dice un posto al sole, non mi piaccion le gran dame: preferisco le mondane perché ad essere sincere son le sole. Non mi piaccion l’avvocato, il borghese, l’arrivato, odio il bravo e onesto padre di famiglia quasi sempre preoccupato di vedermi sistemato se mi metto a far l’amore con sua figlia») si staccava di diverse misure dai palpiti d’amore che anche le formazioni che scimmiottavano Beatles e Rolling Stones pubblicavano su disco.
Le canzoni memorabili
«Son morto che ero bambino, son morto con altri cento, passato per il camino ed ora sono nel vento»
Qualche mese dopo, girando la prima facciata della hit “Bang bang” ecco un incipit annichilente, che non lascia scampo: «Son morto che ero bambino, son morto con altri cento, passato per il camino ed ora sono nel vento». Se è vero che i cantautori stavano rivoluzionando il modo di scrivere, nessuno si era ancora spinto così in là: «Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento: nel fumo tante persone che adesso sono nel vento».
Nell’album “Io ho in mente te” venne collocata come brano di chiusura, perché nulla poteva venire dopo. Dalla Modena dell’Equipe alla provincia dei Nomadi, da Novellara.
Un’altra canzone memorabile, un altro verso iniziale entrato nell’immaginario almeno quanto quello dell’“Urlo” di Allen Ginsberg, da cui prende spunto: «Ho visto la gente della mia età andare via, lungo le strade che non portano mai a niente», per proclamare che “Dio è morto”, anche se non in senso nietzschiano: alla fine risorge “nel mondo che faremo” (particolare che non sfuggì alla Radio Vaticana, che trasmetteva la canzone mentre la Rai la censurava). Quei pezzi portavano firme ingannevoli: Anselmo / Pantros, Lunero / Vandelli / Pontiak / Verona, ma nell’ambiente discografico tutti sapevano che l’autore era uno solo, lo stesso che Caterina Caselli volle presentare al pubblico della Rai nella trasmissione “Diamoci del tu”. «Uno di prima», disse casco d’oro, attingendo alla parlata giovanile emiliana mentre un ragazzone imberbe, armato di chitarra si fa avanti per accennare quelle canzoni che cambiavano tutto, quasi con timidezza.
Francesco Guccini non voleva fare il cantautore. Gli piaceva scrivere canzoni, amava la musica, era stato rapito dal rock’n’roll come tanti altri della sua generazione (era nato il 14 giugno del 1940, stesso anno di Lennon e Ringo, uno prima dell’amato Bob Dylan). Aveva, è vero, messo in piedi dei complessini, qualcuno di più fortuna con quelli che poi si sarebbero ritrovati nell’Equipe, ma preferiva dedicarsi ai più seri studi universitari mentre guadagnava qualche soldo collaborando con la Gazzetta di Modena.
Gli ultimi anni nella sua Itaca
Fu un’intervista con Modugno, il padre della canzone d’autore moderna, a spingerlo verso testi più impegnati di “Bimba guarda come il ciel sa di pianto”. Tornato dal servizio di leva si mise a scrivere e piazzò quelle canzoni agli amici. Tale fu il successo che alla prestigiosa Columbia decisero di fargli incidere un album. Nel 1967 “Folk beat n.1” passò totalmente inosservato, come il successivo “Due anni dopo”.
Solo nel 1970, con “L’isola non trovata”, il seguito si allargò, per crescere con il capolavoro “Radici” fino all’esplosione, mezzo secolo fa, con “Via Paolo Fabbri, 43”. Una scrittura che ben presto abbandonò la protesta, ma non l’impegno, per farsi intimista, e se da una parte c’è la più bella canzone popolare tradizionale di cui conosciamo l’autore - “La locomotiva” - dall’altra ci sono la delicatezza de “Il pensionato” e l’epopea familiare di “Amerigo”, il riflusso di “Eskimo” e la “Piccola storia ignobile” di un aborto clandestino, l’invettiva de “L’avvelenata”, il rimpianto di “Incontro” e il film americano di “Autogrill”.
Solo l’anno scorso la ripubblicazione del filmato del grande concerto di Bologna del 1984, “Fra la Via Emilia e il West”, ci ha ricordato dell’enorme impatto di quel montanaro istruito, dalla lingua lunga e dalla battuta sempre pronta, che seppe approfittare della popolarità pop per coronare il sogno di farsi scrittore, ritirato in quella Pavana che, nell’immaginario del suoi seguaci, è un po’ Itaca, un po’ Ultima Thule. Non un retorico vuoto incolmabile, il suo, ma una voragine culturale che si apre nel mondo della canzone e della letteratura italiana.
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