Brianza immaginaria, l’inedito di Guido Morselli
Libri Del grande scrittore scoperto postumo esce una raccolta di testi per Il Saggiatore. Include una sceneggiatura ambientata a Linzago, un paese «a dieci minuti da Como»
Lettura 3 min.Forse perché pubblicata postuma e quindi valutata nel suo insieme e in maniera retrospettiva, nell’opera di Guido Morselli è possibile ravvisare una ferrea coerenza interna. Ci sono infatti moltissimi rimandi e alcuni nuclei tematici presenti dappertutto, variamente orchestrati e modulati: il rifiuto dello storicismo, l’essere umano come pirandelliana “maschera nuda”, la critica del progresso e le sue mitologie, gli affondi contro la scienza ridotta a scientismo e la tecnologia pervertita in ideologia totalizzante e totalitaria, la negazione dell’antropocentrismo, non da ultimo la sottile e quasi impercettibile differenza che separa la vita e la morte come dati biologici.
Ucronico, distopico, attuale
È anche per questi motivi, commettendo uno sbaglio clamoroso, che l’editoria italiana dell’epoca – rappresentata da lettori e consulenti dal rango di Italo Calvino per Einaudi e Vittorio Sereni per Mondadori, solo per portare due esempi – ha totalmente ignorato la proposta poetica di Morselli, troppo lontana dagli schemi ideologici e da certi (infondati) ottimismi del Novecento.
Nato nel 1912 a Bologna da una famiglia della ricca borghesia (il padre, poi trasferitosi a Milano, era dirigente di un’industria farmaceutica), Morselli ha trascorso gran parte della propria vita tra Varese e Gavirate, in una voluta solitudine fatta principalmente di letture, riflessioni e tentativi letterari (non solo romanzi e racconti, ma anche sceneggiature per il cinema e testi per il teatro, tutti puntualmente rifiutati oppure nemmeno presi in considerazione dai destinatari). Si è tolto la vita nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto 1973: la mattina precedente, aveva ricevuto due lettere di rifiuto per il romanzo “Dissipatio H. G.”, che può essere considerato a tutti gli effetti il suo testamento umano e spirituale, con l’idea dell’“evaporazione” (“dissipatio”) dell’intera umanità. Le sue opere sono state pubblicate da Adelphi a partire dal 1974.
Come ha osservato Giuseppe Pontiggia, che in qualità di consulente di Adelphi contribuì in maniera sostanziale alla sua riscoperta postuma, Morselli «rivive scene già descritte, le integra con una memoria visionaria, apprende particolari retrospettivi, conversa con i personaggi». Una simile chiave di lettura, unita alla presenza dei richiami e rimandi interni all’opera, consente di circoscrivere quella che si potrebbe definire la sceneggiatura lariana di Morselli. Il testo in questione si intitola “E’ successo a Linzago Brianza” ed è stato pubblicato dal Saggiatore nel volume “Gli ultimi eroi” ( a cura di Giorgio Galetto, Fabio Pierangeli e Linda Terziroli, 633 pagine, 29 Euro), che riunisce per la prima volta tutti i suoi racconti (le “carte sparse”) e si affianca idealmente ai libri pubblicati da Adelphi nel comporre l’immagine di Morselli quale contemporaneo del futuro: uno scrittore ucronico e distopico, forse troppo profetico per l’epoca, sicuramente vicinissimo alla nostra attuale sensibilità, perché nel frattempo le sue profezie, ucronie e distopie si sono trasformate nella cronaca di una quotidianità sempre più opaca.
Bolognese di nascita ma lombardo e varesino d’adozione, il saturnino Morselli era molto attratto da certe atmosfere lacustri, incontrate fin da giovane nella lettura dei romanzi di Fogazzaro e nel “Rubé” di Borgese. Non deve quindi stupire che abbia scelto proprio il paesaggio lariano (che fa da sfondo anche al breve racconto “Una storia semplice”, ambientato a Lezzeno) per raccontare la storia di “E’ successo a Linzago Brianza”, che riprende e svolge in senso drammaturgico la tesi di fondo del romanzo “Il comunista”: il lavoro è una necessità innaturale che produce non soltanto “alienazione”, ma anche “mortificazione”.
L’indicazione di regia che apre la sceneggiatura è già molto esplicita: «Nella campagna del comasco, nei pressi della frontiera col Cantone Ticino, il paesaggio collinare è quello dell’Alta Brianza». Ma nel testo ci sono altri riferimenti: Como si trova a circa dieci minuti dalla località immaginaria di Linzago Brianza, «sulla Ferrovia Nord», lungo la tratta che collega Como a Milano e permette di raggiungere anche Saronno e Varese.
Trascinarsi senza speranza
È su questo sfondo chiuso e provinciale, restituito da Morselli soprattutto nelle sue atmosfere autunnali e invernali, tra nebbie e sipari di caligini, che si muovono (ma sarebbe meglio dire: si dibattono) i due giovani sposi Walter e Vanda: lui è un ferroviere, che a causa di un infortunio sul lavoro ha abbandonato le prospettive di carriera e sbarca il lunario come sagrestano nella chiesa dell’ospedale; lei, invece, lavora in una tessitura e si imbottisce di farmaci energizzanti (forniti dalla direzione, ma Vanda ne abusa) per sopportare la durezza dei turni di lavoro, ma più in generale la fatica di vivere e una quotidianità senza scampo.
Entrambi soccombono, suicidandosi in maniera diretta o indiretta. Morselli lascia aperto il finale, ma la conclusione è facilmente intuibile e la si può desumere, quasi per relazione transitiva, dalle righe finali dal racconto “Fantasia con moralità”, a dimostrazione del fatto che nel pessimista e realista Morselli “tutto si tiene” e si spiega in virtù della coerenza interna dell’opera: «Giungla dell’esistenza, spietata e assurda, da cui non si esce. Nell’insidia quotidiana ogni nostra forza è logora, svanisce ogni nostra gioia. Ci trasciniamo senza speranza, prigionieri del gesto primitivo dell’animale, che si guarda alle spalle».
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