«Il digitale e l’Ai ci hanno già cambiati: ma restiamo umani senza demonizzarli»
L’intervista Vittorio Gallese è tra i più autorevoli neuroscienziati. Docente all’Università di Parma, inaugurerà questo venerdì il festival Chiassoletteraria
«Sono sempre più le persone che chiedono aiuto a uno psicologo per gestire una crisi sentimentale con un avatar creato dall’intelligenza artificiale: questa informazione basta a capire quanto le nuove tecnologie stiano già cambiando il nostro stile di relazione». Le novità del mondo digitale e il modo in cui ci influenzano irreversibilmente sono al centro del nuovo libro di Vittorio Gallese, “Il Sè digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica” (Raffaello Cortina Editore, 2026). Gallese è tra più autorevoli neuroscienziati del nostro tempo e nel 1992 ha fatto parte del gruppo di ricercatori che hanno scoperto i “neuroni a specchio”, la scoperta italiana più citata nella letteratura scientifica internazionale. I “neuroni specchio” sono uno dei meccanismi neurobiologici che rendono possibile una forma immediata di empatia, permettendoci cioè di capire le azioni e le emozioni degli altri. Azioni ed emozioni che oggi però arrivano a noi sempre di più tramite il mondo digitale. E questo cambia tutto.
Professor Gallese, nel suo libro sostiene che nel digitale il corpo non sparisce, anzi. Ma com’è possibile?
Nel digitale il corpo non scompare, rimane dov’è, ma cambia la sua modalità di generare la nostra soggettività, che è legata alla natura corporea. Tra le decine di migliaia di forme di vita che abitano il pianeta la nostra si è evoluta con un’intelligenza incomprensibile se non la si lega alla natura corporea. La nostra intelligenza è modulata dal modo in cui cambiamo il mondo in cui viviamo. Noi siamo homo sapiens, ma anche homo tecnicus…
La tecnologia, quindi, fa parte di noi?
Noi siamo la tecnologia, è la caratteristica che ci ha portato fin qui. Ogni tecnologia cambia il mondo in cui viviamo e il cambiamento del mondo determinato dalla tecnologia ci cambia a sua volta. Non siamo più stati gli stessi dopo l’invenzione del fuoco o della scrittura e non lo siamo stati più anche dopo l’introduzione delle tecnologie digitali. Questi cambiamenti sono lo sviluppo di una traiettoria di evoluzione tecnologica, culturale e cognitiva che ci caratterizza.
Perché allora la rivoluzione digitale ci sconvolge così tanto?
C’è di nuovo che questa rivoluzione avanza a un’enorme velocità e ha enorme pervasività. La scrittura ci ha messo tanto a diffondersi, le nuove tecnologie invece hanno un impatto su tutti gli esseri viventi in modo accelerato e senza precedenti.
C’è qualcosa che cambia in noi a livello biologico quando siamo davanti a uno schermo?
Sappiamo da tempo che quando il mondo ci appare davanti a uno schermo per il nostro cervello non cambia molto. Basti pensare al cinema: sappiamo che quello che stiamo guardando è una finzione ma comunque partecipiamo alle vicende dei protagonisti, piangiamo, ci spaventiamo, ridiamo. Però va anche detto che noi non passiamo le giornate al cinema e quando guardiamo un film tutto è già stato deciso dal regista, non c’è interattività, come accade invece nel caso delle piattaforme, su cui stiamo per ore ogni giorno. Online le regole sono dettate dall’algoritmo che dirige la funzione della piattaforma. In più se vogliamo comunicare qualcosa lì vengono meno le componenti che arricchiscono la comunicazione dal vivo, come lo sguardo e il tono ironico. Il cambiamento nel nostro stile di relazione quindi è evidente.
Uno stile che utilizziamo anche con l’intelligenza artificiale?
Spesso comunichiamo con un’intelligenza artificiale, come i chatbot, che si materializza apparentemente in un altro soggetto: un consigliere, un aiutante e per molte persone persino un partner sentimentale. Nella comunicazione con i chatbot però manca la frizione. Il chatbot è un surrogato che fa di tutto per tenermi lì: mi loda, mi dà ragione, mi dice che tutte le idee che gli sottopongo sono geniali e io così introietto una relazione che poi fa da modello di relazione tout court per le altre. Così, quando incontro gli esseri umani in carne ed ossa o anche con la mediazione di uno schermo mi aspetto da loro quella stessa piaggeria e benevolenza.
Professor Gallese, indubbiamente lo studio dei “neuroni specchio” è una parte imprescindibile della sua ricerca. In che modo c’entra con le novità digitali, fino ad arrivare all’Ai?
Lo studio dei “neuroni specchio” ha dato una sterzata alla mia ricerca in direzione sociale e ho iniziato a interessarmi sempre più alla comunicazione e all’intersoggettività . Siccome agiamo in un mondo che cambiamo con la tecnologia e questo mondo a sua volta poi ci cambia, cambia anche l’orizzonte di mondo in cui noi agiamo e il modo in cui percepiamo ciò che ci circonda. Era logico quindi che dall’empatia arrivassi a occuparmi di digitale e poi anche di Ai.
I “neuroni specchio” attivano una simulazione interna di quello che vediamo compiere all’altro, ci permettono di capirlo, ma cosa accade se l’altro è su un social o è l’Ai?
Rischiamo di assomigliare sempre di più all’algoritmo invece di avere un algoritmo che funziona a nostra misura e vantaggio. Se, per esempio, lo standard di produttività diventa quello di un algoritmo che ha velocità di calcolo e accesso istantaneo a milioni di dati nasce un senso di svalutazione dell’umano che può accompagnarsi al pensiero che forse gli algoritmi sono efficienti proprio perché non si emozionano e non hanno desideri, perché non sono umani.
Dunque è giusto averne paura?
Con Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella per Raffaello Cortina Editore ho scritto “Oltre la tecnofobia” convinto che opporci alla rivoluzione digitale ci faccia perdere tempo e sprecare energie. Noi siamo la tecnologia, è inutile contrapporre a una genuinità naturale della specie un’idea di tecnologia cattiva. Non va demonizzata, perché è come demonizzare noi stessi, ma bisogna capire come ci cambia e cercare di progettare questa tecnologia secondo i nostri desiderata, traendone il meglio.
Vietarla (soprattutto ai più giovani) non è la strada giusta quindi?
Siamo un mondo sempre più vecchio e i giovani finiscono per essere condannati e criticati ogni due per tre. Gli vietiamo le tecnologie invece che metterli nelle condizioni di dominarle: c’è bisogno come il pane di una nuova pedagogia digitale a scuola. Il nostro riflesso condizionato, per via dell’aumento dell’età media, è la nostalgia per il passato senza però fare niente per condizionare il nostro sviluppo tecnologico futuro.
Ed è possibile convivere in modo sano con le nuove tecnologie?
Considerando che siamo esseri incarnati e che il nostro approccio con il mondo è prevalentemente estetico, passa cioè tramite i sensi, sono i sensi che dobbiamo coltivare. Dobbiamo capire la tecnologia, ma a un certo punto anche spegnere il pc e il telefonino e incontrare gli altri, fare cose con gli altri. Sono stato a un convegno sul verde pubblico all’interno del comune di Roma e si parlava di cittadini che ripiantano alberi in piazze vuote o sostituiscono piante morte. Così facendo hanno una parte attiva nel prendersi cura della loro città e fanno cittadinanza attiva. Ecco bisogna moltiplicare questo tipo di occasioni, anche sfruttando il digitale, ma uscendo poi nel mondo fisico e analogico. È da lì che veniamo ed è lì che la nostra soggettività affonda le sue radici: per rimanere umani, incarnati, persone che sentono e anche sbagliano non dobbiamo perdere quel mondo.
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