Il diritto a crescere, anche dentro le mura

Per capire il presente Di criminalità minorile si parla molto, ma cosa dicono i dati e cosa le storie delle persone? La risposta nel libro della giurista Inverno: numeri, studi e sei interviste a ragazzi finiti a tu per tu con la giustizia

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A fine luglio il governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni. Invece che provare caso per caso la capacità di intendere e di volere di ragazzi e ragazze accusati di crimini, la nuova legge propone di darla per assodata, proprio come per gli adulti. Già nel 2023 e poi nel 2025 il governo aveva proposto decreti sulla criminalità minorile in risposta a un fenomeno percepito come sempre più grave, che dai dati però, anche se in crescita, non appare tale.

Il contesto che indirizza le scelte

«Il quadro che emerge suggerisce sicuramente la necessità di tenere alta l’attenzione sulle condotte e gli stili di vita degli adolescenti, ma non sembra poter generare un allarme criminalità minorile, da più parti lanciato, né giustificare ipotesi bizzarre di abbassamento dell’età imputabile a dodici anni». Lo scrive Antonella Inverno, giurista specializzata in tutela internazionale dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nonché Head of research and analysis per Save the Children Italia. La considerazione è contenuta in “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso” (Treccani, 2025), con prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi e fotografie di Alessio Romenzi, un libro guida per approfondire un tema sempre più attuale.

Accanto ai numerosi studi citati, il libro contiene sei interviste, realizzate all’interno di istituti penitenziari, comunità e uffici di servizio sociale in tutta Italia. «Sulla giustizia minorile - spiega l’autrice- mi sono resa conto che pochi parlano e chi ne parla lo fa da un punto di vista politico: era giusto dare voce ai ragazzi e alle ragazze, per capire da dentro».

Le interviste condotte da Inverno sono intime e a tratti sconvolgenti- cinque ragazzi e una ragazza raccontano il proprio passato famigliare, spesso doloroso -, ma utilissime a capire quanto il contesto di vita di un adolescente faccia la differenza. «Il problema principale - racconta uno di loro - è stato vivere in quella zona, perché tu là stai, tu là scendi e là rientri, quindi la maggior parte del tempo tu la passi là, conoscenze del posto che comunque anche se non vuoi spesso ti portano a fare cose che non vuoi fare».Nonostante i tanti particolari unici e che chiedono al lettore di prendersi tempo per assorbire e rielaborare ogni episodio narrato, un po’ per la brutalità di alcuni, un po’ per via di una sconvolgente sensazione di impotenza, è possibile trovare nelle sei storie linee comuni sulle quali interrogarsi.

«Ho notato diverse cose riguardo alla scuola parlando con una ventina di ragazzi per arrivare alle sei storie di questo libro - racconta l’autrice - Quando chiedevo la materia che piaceva di più molti dicevano storia e questo mi ha fatto molto pensare dato che è una materia di cui si volevano limitare le ore, recentemente». L’interruzione dei percorsi scolastici è una costante nelle storie dei ragazzi che entrano a contatto con la criminalità. Un abbandono spesso accompagnato dal silenzio: quando spariscono dalle aule nessuno li cerca, nessuno fa domande. «Non hanno fiducia nei professori - continua Inverno - Nelle loro vite mancano figure di riferimento».

Un altro filo rosso che tiene unite le storie contenute nel libro è la violenza subita fin dalla più tenera età in una sorta di «educazione violenta» che segna profondamente gli animi negli anni a venire. «Mio padre si arrabbiava, ci picchiava a me e a mio fratello più grande. Aveva paura che le conseguenze di quello che facevamo ricadessero su di lui» racconta un ragazzo che fin dai tredici anni è stato introdotto ai metodi e alle logiche della criminalità organizzata. «Ne emerge una perdita della funzione educativa degli adulti - spiega Inverno - Servirebbe sempre più una genitorialità diffusa, un’assunzione di responsabilità di tutti noi adulti rispetto ai ragazzi che incontriamo».

Una responsabilità collettiva

Il mix di carenze affettive narrato dai sei intervistati nel percorso di giustizia minorile può però trovare risposta, grazie a incontri trasformativi. «Ogni storia è diversa e non tutti i servizi sono uguali. Dove si trovano competenze adeguate e un rapporto di collaborazione tra adulti, oltre che con i ragazzi, c’è anche chi racconta di trovare in carcere una vera famiglia». Il primo consiglio allora è quello di evitare le profezie auto-avveranti: «Se mettiamo un’etichetta addosso a un ragazzino, stiamo certi che diventerà esattamente ciò che pensiamo che sia».

Il secondo consiglio operativo è di giudicare con consapevolezza le scelte politiche prese in ambito di giustizia minorile: «La presidente del Consiglio dice “chi sbaglia paga, anche quando è minorenne” (lo ha fatto in un video pubblicato il 23 luglio in cui ha presentato l’ultima proposta di legge del governo sul tema, ndr), ma chi conosce il sistema della giustizia minorile sa che questo già avviene - conclude Inverno - Semplicemente le misure sono diverse e hanno una finalità educativa. Si tende a pensare che certe persone nascono già criminali ma non è così: ci sono piuttosto comunità incapaci di rispondere al compito educativo che hanno». Comunità di cui ciascuno fa parte e in cui ciascuno può provare a fare la differenza: «I provvedimenti recenti ci deresponsabilizzano. Ma questi ragazzi ,che pensiamo altro da noi, sono lo specchio di ciò che siamo».

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