Il fresco di Viggiù che ispirò Turandot, nella villa di Renato Simoni

Anniversari Per i 100 anni dell’ultima opera di Puccini un ritorno alla casa dell’amico con eventi e una mostra

«Che fresco c’è a Viggiù», scrisse Giacomo Puccini in un delizioso bigliettino corredato da note musicali, durante la sua prima visita nel paese della Valceresio, dove Renato Simoni aveva da poco costruito una villa ampliando un piccolo edificio, e un roccolo per la caccia, passione comune dei due artisti. Era l’autunno del 1921, e gli amici stavano lavorando alacremente alla genesi di “Turandot”, assieme all’altro librettista, Giuseppe Adami, anche lui viggiutese aggiunto ed entusiasta della cucina di Renato tanto da esclamare: «Quanto sono buoni i tordi di Simoni!».

Una cartolina speciale

Viggiù caput mundi, luogo tranquillo e ameno dove riposare la mente, stare nella natura e rivedere il lavoro in corso per l’ultima opera di Puccini, che quest’anno ha compiuto il secolo di vita, con la prima rappresentazione tenutasi al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, direttore Arturo Toscanini, che fermò la bacchetta nel punto in cui l’autore aveva interrotto la sua opera.

Il 2025 invece, aveva visto la ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Simoni, così il Comune di Viggiù, di concerto con l’associazione Officine Musicali Aps presieduta da Dario Monticelli, ha pensato di celebrare i due eventi con una serie di manifestazioni culminate il 25 aprile, con il ricordo del centenario di “Turandot”. Sono stati realizzati un annullo filatelico (un timbro postale speciale, ndr), l’allestimento di un info point sul progetto Simoni/Turandot, una interessante escursione, intitolata “Il cammino di Turandot”, sulle tracce di Renato Simoni e la genesi dell’opera, e un laboratorio per i bambini dedicato alla principessa più crudele della storia dell’opera.

«Renato Simoni non arrivò a Viggiù per caso, già ci veniva a caccia nel primo dopoguerra. Inviato del “Corriere della Sera”, ritrovò poi in Sudamerica l’ingegnere Gaetano Rezzara di Schio, un vecchio amico che soggiornava con moglie e figli e aveva fatto fortuna con una impresa di costruzioni. Lui rimase là e non ritornò mai in Italia, mentre la famiglia si trasferì a Milano per consentire gli adeguati studi ai figli e Rezzara pregò Simoni di rimanerle accanto. Oggi la dimora di Viggiù, in località Rendemuro, che Simoni lasciò ai figli dell’ingegnere, è abitata dai loro eredi», spiega Dario Monticelli, 47 anni, ingegnere con la passione per la musica, organista e direttore di coro.

«Occasioni educative e culturali»

«Vent’anni fa fondai con alcuni amici Officine Musicali, che oggi conta circa 70 soci. L’intento è di creare occasioni educative, culturali, ricreative e di approfondimento, finalizzate alla promozione della crescita sociale della collettività. Grazie all’incontro con il vice sindaco di Viggiù, Carmelo Chiofalo, ho incominciato a tenere un ciclo di “racconti sonori”, poi mi sono interessato alle vicende di Puccini e Simoni legate a “Turandot”, sulla cui creazione si parla poco, preferendo soffermarsi sul finale completato da Franco Alfano».

Renato Simoni, nato a Verona nel 1875, giornalista, scrittore e librettista, autore anche di libri per bambini che firmava con gli pseudonimi di Turno, Il nobiluomo Vidal e ReSi, fu una figura centrale del teatro italiano e la sua casa milanese era frequentata da artisti e intellettuali, tra cui Giacomo Puccini. Diverse lettere del musicista inviate a Rendemuro attestano la comune passione per la caccia, che Simoni praticava a Viggiù redigendo tra l’altro un preciso catalogo venatorio. «Abbiamo scoperto, grazie alle fotografie mostrateci da una degli eredi, la professoressa Anna Rezzara, che l’autore di “Bohème” tornò a Rendemuro da Simoni altre volte, di sicuro nel 1923, addirittura con la sua ultima amante, il soprano Rose Ader, questa volta ospite in villa e non più all’Albergo Viggiù, dove nel 1921 aveva firmato il registro delle visite. In uno scatto, infatti, si vedono Giacomo e Rose con l’ombra di Simoni che fotografa, e dietro la stampa c’è scritto 1923. Possiamo dire dunque che parte della “Turandot” fu scritta a Viggiù, perché indipendentemente dalle frequentazioni di Puccini, in questa località della Valceresio Simoni dedicò molto tempo al suo lavoro creativo».

Le celebrazioni proseguiranno con una grande mostra dal titolo “Alle origini di Turandot Renato Simoni”, in programma dal 27 giugno a fine ottobre alla neoclassica Villa Borromeo di Viggiù. «Sarà allestita in collaborazione con l’Archivio Ricordi e il Museo Teatrale della Scala e alcuni collezionisti privati e seguirà tre filoni: il primo è dedicato all’evoluzione della fiaba persiana di Turandot, con le prime edizioni delle versioni di Petit de la Croix, Carlo Gozzi e Schiller, con la sua commedia messa in scena da Goethe con le musiche di scena di Carl Maria von Weber, senza dimenticare la traduzione italiana di Andrea Maffei, la “Turanda” di Bazzini, la “Turandot” di Busoni e quella di Bertolt Brecht, passando per la commedia di Renato Simoni su Gozzi.

L’inviato, il musicista e il paese

Il secondo filone tratterà del Simoni intellettuale, inviato del “Corriere’”, critico teatrale, drammaturgo, direttore del giornale di trincea “La tradotta” ed esperto gourmet, anfitrione di pranzi luculliani. L’ultimo sarà dedicato alla Viggiù terra di villeggiatura per artisti famosi, da Marinetti a Notari, Paolo Buzzi, Puccini e Ada Negri».

Ma le iniziative di Officine Musicali Aps e del comune di Viggiù non finiscono qui: oltre all’annullo filatelico e alla cartolina commemorativa di “Turandot”, ecco un album dedicato ai bambini, con la storia della principessa da colorare, e un paio di iniziative editoriali. Tra queste, l’inaugurazione della collana “La biblioteca di Renato Simoni”, che mira a ripubblicare nel tempo gli scritti dell’illustre intellettuale, e una pubblicazione dedicata anche ai 100 anni dell’opera. Gli organizzatori vorrebbero poi creare un comitato scientifico, portare avanti l’attività di ricerca con premi e borse di studio, oltre a prevedere la collaborazione con gli istituti scolastici del territorio, l’organizzazione di serate musicali e realizzare una riduzione di “Turandot” in forma di concerto.

«Scrivo un’opera cinese, ci succedon crude e cotte, la vicenda a fine mese, della bella Turandotte», scriveva in rima Puccini a Simoni, e forse Giacomo, nei suoi soggiorni a Viggiù, lontano dai clamori e dalle beghe familiari, trovò l’ultimo sprazzo di serenità prima del triste finale del 29 novembre 1924 in una clinica di Bruxelles.

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