«Il Nobel da giovane non mi ha cambiato, ora esploro nuovi orizzonti»
Esclusiva L’intervista a Konstantin Novosëlov, fisico premiato in Svezia nel 2010 insieme ad Andrej Gejm per aver isolato in laboratorio il grafene
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Rigore, semplicità e una sconfinata curiosità. Gestire la notorietà a 36 anni richiede una notevole maturità intellettuale, indispensabile per impedire che gli impegni di rappresentanza distolgano dalla continuità della ricerca. Il successo porta spesso all’espansione dei gruppi di lavoro, trasformando lo scienziato da ricercatore attivo, a figura amministrativa. Dal grafene all’esplorazione dei confini fisici tra materia inerte e sistemi viventi, la scienza vive nella costante spinta verso l’ignoto.
Konstantin Novosëlov è un fisico russo naturalizzato britannico, nel 2010 ha vinto il Premio Nobel per la Fisica insieme ad Andrej Gejm, per aver isolato in laboratorio il grafene. Un’intervista informale, sabato 26 settembre, prima del suo intervento al Festival della Luce Lake Como. In piazza Verdi, seduti ai tavolini di un ristorante chiuso, il suo zaino abbandonato a terra, lo sguardo serio e attento.
Ha mai guardato la serie “The Big Bang Theory”? Quanto può aiutare la cultura pop a rendere la fisica più accessibile e a far nascere nei giovani la curiosità per la scienza?
L’ho guardata (ride ndr). In un episodio si parlava esplicitamente di grafene, così decisi di utilizzare alcuni spezzoni all’interno della mia Nobel Lecture a Stoccolma. Qualcuno mi ha segnalato, sostenendo che avessi utilizzato il materiale video senza autorizzazione. La cosa è stata riportata alla Warner Bros, la casa produttrice dello show. Ma invece di avviare un’azione legale contro di me, la produzione ha reagito invitandomi a Los Angeles sul set per assistere alle riprese di un episodio. Non credo che show di questo tipo spingano direttamente verso la carriera scientifica, ma rimangono un ottimo intrattenimento basato su un eccellente umorismo. Continuo a trovarla una serie davvero divertente.
A soli 36 anni lei ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisica, uno dei più giovani Nobel della storia. In che misura un riconoscimento di questa portata ha cambiato la sua vita e la sua attività di ricerca?
Ho avuto la fortuna di avere, e li ho ancora, amici e colleghi saggi. Subito dopo la notizia del premio, il mio collega, maestro e caro amico con cui ho condiviso il Nobel, Andrej Gejm, mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha detto: “Kostya, devi renderti conto che la maggior parte delle persone che vincono il Nobel finisce per impazzire. Quindi, cerca solo di non impazzire”. Tenendo a mente questo consiglio, mi sono imposto una regola ferrea: non cambiare nulla nella mia vita per almeno cinque anni. Stessa casa, stessa auto, stesse abitudini. Questa scelta mi ha protetto. Quando il circo passa, ti ritrovi esattamente dove devi stare, pronto a tornare alla tua solita routine di ricerca senza aver perso la bussola.
Qual è stato l’impatto effettivo del Nobel sulla sua libertà di ricerca e sulle opportunità di accedere a nuovi progetti?
In realtà disponevamo di un sostegno finanziario adeguato per la nostra scienza anche prima del premio. Ci sono 24 ore in una giornata, un dato strutturale che pone un limite fisiologico a ciò che si può concretamente realizzare. Per questa ragione ho sempre mantenuto un gruppo di ricerca compatto e questa impostazione non è cambiata. La vera opportunità è stata la possibilità di sfruttare la visibilità ottenuta dal Nobel per fondare un nuovo istituto di ricerca che ci garantisse l’accesso a laboratori e strumentazioni di livello superiore. Ma al di là dell’infrastruttura dell’istituto, la dimensione del mio gruppo è rimasta la stessa.
Per vent’anni il grafene è stato celebrato come il “materiale delle meraviglie”, generando enormi aspettative. C’è stata una sopravvalutazione delle sue potenzialità?
Il percorso di commercializzazione delle scoperte scientifiche segue una curva precisa: si parte dalla negazione, si passa per l’aspettativa eccessiva, si attraversa la disillusione e infine si giunge all’applicazione matura. Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona l’intera parabola del grafene. Oggi ci troviamo nella fase matura delle applicazioni reali. Le persone pensano di non vederlo, semplicemente perché il grafene lavora sullo sfondo: ogni auto elettrica sul mercato contiene grafene nella batteria, la maggior parte degli smartphone lo impiega per la gestione termica o nei circuiti, e viene utilizzato nei processi di fabbricazione dei chip in silicio. Nuove applicazioni emergono ogni mese, senza clamore. Tra queste, ci sono scoperte straordinarie come il “super rame”, attualmente impiegato, per esempio, nei treni a levitazione magnetica Maglev in Cina.
Il grafene possiede proprietà quantistiche straordinarie. Crede che potrà giocare un ruolo nella corsa alla realizzazione dei computer quantistici?
Esistono diverse architetture hardware per la computazione quantistica. Una delle più interessanti è quella basata sugli anyoni non abeliani, nella quale il grafene potrebbe avere un ruolo importante. Il grafene presenta proprietà di trasporto quantistico eccezionali e offre una piattaforma interessante per studiare questi fenomeni. Ma è prematuro affermare che sia superiore a qualsiasi altro materiale o che la sua architettura sia già più robusta delle piattaforme concorrenti. Mantengo quindi uno scetticismo metodologico sulle tempistiche.
Su quali direttrici si sta muovendo la sua attività di ricerca e cosa c’è per lei oltre la fisica del grafene?
La mia filosofia di lavoro prevede di cambiare argomento di ricerca ogni tot anni, proprio per evitare di rimanere limitato o intrappolato all’interno di un unico ambito. Nel corso della mia carriera ho effettuato diverse svolte, l’ultima è avvenuta sei anni fa, quando ho deciso di trasferirmi dal Regno Unito a Singapore. Attualmente, la sfida principale del nostro gruppo di ricerca è quella di individuare e definire il confine fisico e biologico che separa la vita dalla morte. Si tratta di un obiettivo che va ben oltre la fisica dei materiali tradizionali, rappresenta la nostra attuale frontiera d’indagine.
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