Il nuovo Direttore Responsabile e l’eterna commedia in redazione
Il testo Vi proponiamo uno stralcio del volume pubblicato da Polidoro Editore. Da venerdì prossimo lo si potrà trovare nelle librerie e sulle piattaforme digitali
Lettura 5 min.L’insediamento di un nuovo Direttore Responsabile è uno spettacolo incredibile, uno spettacolo straordinario, uno spettacolo circense di gran vaglia, una delle poche, anzi, una delle pochissime esperienze che ogni essere umano dovrebbe sperimentare almeno una volta nella vita.
Occasione ghiotta, per tutti quegli ottimi colleghi di sperimentata capacità e perizia, per complimentarsi, a ogni cambio di Direttore Responsabile, in assoluta autonomia, indipendenza e trasparenza, anche perché avevano ormai raggiunto l’età per potersi permettere di dire sinceramente tutto quello che pensavano a chiunque, altroché, per la bontà di quella nomina che avrebbe finalmente rimosso la cappa di conformismo e piaggeria nei confronti dei poteri forti tipica di quel giornale così noto, ma anche così istituzionale, diciamoci la verità, per il coraggio di una scelta decisamente controcorrente capace di rompere vecchi schemi, disarcionare consolidate abitudini, spalancare finestre serrate a tripla mandata e cambiare così l’aria mefitica che si era respirata per tanti, troppi anni, per colpa di quell’inetto che avevano appena cacciato, naturalmente.
E certo, perché fino al giorno prima, quando non era stata ancora ufficializzata la nomina del nuovo Direttore Responsabile e quindi, contestualmente, la decadenza del vecchio Direttore Responsabile , il vecchio Direttore Responsabile era un genio, uno stratega, un visionario, un gigante del Novecento, un esploratore coraggioso e instancabile che nella sua lunga e onorata carriera aveva spinto i confini del giornalismo ben oltre le colonne d’Ercole dei confini tradizionalmente intesi, facendogli conoscere lande selvagge e sconosciute, assaporare ardite sollecitazioni, sperimentare nuovi linguaggi, decrittare le dinamiche più profonde di una società in così rapida e contraddittoria evoluzione, e poi che legame empatico con il territorio, che sottile acume di giudizio, che abile capacità relazionale sotto la coltre di burbero uomo senza mezze misure, e che torme e schiere e cerchi e ordini di angeli e arcangeli volteggiavano e svolazzavano e frullavano nei suoi pressi, sempre pronti a riverirlo, a ossequiarlo, a coccolarlo, ad accarezzarlo, a vezzeggiarlo, e che piroette, che salti mortali, che esibizione di giocoleria sopraffina durante la sacrale riunione delle undici del mattino, quella pianificatoria e operativa delle tre del pomeriggio e, soprattutto, quella strategica, scenografica e cinematografica delle sette della sera, durante la quale sarebbe stata partorita l’ennesima prima pagina ribollente e strabordante di grandi notizie che avrebbero certamente cambiato i destini del mondo, e che nostromo, il vecchio Direttore Responsabile, che o capitano, mio capitano, il vecchio Direttore Responsabile, che condottiero, il vecchio Direttore Responsabile, che cavaliere senza macchia e senza paura, il vecchio Direttore Responsabile, esempio assoluto e imperituro di onestà, serietà e probità, il vecchio Direttore Responsabile.
Adesso era diventato un coglione, il vecchio Direttore Responsabile. Un fallito. Un pagliaccio. Una macchietta, che se per caso avesse osato mettere fuori il naso dall’ufficio per l’ultima volta nella sua vita da comandante in campo probabilmente sarebbe stato preso a torte in faccia anche dall’ultimo dei Praticanti. Il vecchio Direttore Responsabile chi? Il vecchio Direttore Responsabile sconfitto e spodestato era una figura letteraria, patetica, pedagogica che gli aveva fatto venire il magone tutte le volte che lo aveva incrociato sulle scale, direzione dopo direzione dopo direzione, durante la sua mesta uscita di scena. Nel giro di sole, piccole ventiquattro ore il suo telefono aveva smesso di squillare, la segretaria di ricordargli l’agenda del giorno, anche perché lui, all’improvviso, non ne possedeva più alcuna, di agenda, il portinaio all’ingresso di salutarlo, il fattorino del primo piano di omaggiarlo, le torme fameliche di Redattori e Capiservizio e Caporedattori di blandirlo, nessuno lo chiamava più, nessuno lo fermava più, nessuno gli omaggiava alcunché, ormai non lo temeva più nessuno, anzi, ormai tutti ridevano di lui e sghignazzavano e si sbellicavano in ufficio e pure a casa, rotolandosi nel fango della sua caduta, infierendo sul suo cadavere penzolante a impietoso confronto con il profilo augusto del nuovo Direttore Responsabile: il vecchio Direttore Responsabile che faceva gli scatoloni di cartone e il nuovo Direttore Responsabile che esibiva la sua valigetta in pelle di coccodrillo, il vecchio Direttore Responsabile che stropicciava la rubrica di ciclismo della rosea e il nuovo Direttore Responsabile che citava a memoria l’Anabasi di Senofonte, il vecchio Direttore Responsabile che titolava la pagina di caccia&pesca, dedicata agli incubatori per gli avannotti della trota fario, e il nuovo Direttore Responsabile che lanciava l’ambizioso inserto patinato di alta finanza.
E quanto era capace il nuovo Direttore Responsabile, squittivano adesso tutti in coro, e quanto era giovane e prestante ed elegante, nel tratto e nei modi, il nuovo Direttore Responsabile, e quanto era ambizioso, ma al contempo umile e modesto e soprattutto sorprendentemente e profondamente umano, il nuovo Direttore Responsabile, che certo non avrebbe guardato in faccia a nessuno, non avrebbe preso parte per nessuno senza aver prima ponderato ogni cosa e ogni anche pur minimo, e a prima vista irrilevante, dettaglio, non avrebbe proseguito la disdicevole, ignobile e vergognosa pratica delle promozioni familistico amorali inaugurata da chi era stato messo lì improvvidamente prima di lui e di certo, il nuovo Direttore Responsabile, non si sarebbe circondato del consueto cerchio magico di servi e sguatteri e lacchè e leccapiedi e ciambellani e cicisbei, perché avrebbe invece scelto fior da fiore tra le meglio forze, le meglio energie, le meglio intelligenze di quella redazione sì storica e autorevole e davvero rispettata in ogni contesto, dal più aulico al più popolare - ah, la forza profonda dei giornali secolari, caro lei - ma al contempo, se dovevano dirsi le cose come stavano, ormai da lunga pezza autoreferenziale, elitaria e incartapecorita e che, ovviamente, non che loro ci tenessero, Dio non voglia, umiltà, temperanza e continenza erano i segni distintivi del loro essere professionisti a tutto tondo, aziendalisti fino al midollo, non scherziamo, non avrebbe potuto, davvero non avrebbe potuto, il nuovo Direttore Responsabile, non puntare su di loro.
E quello che lui era rimasto fuori dalla filiera di comando perché non era allineato con quelli là, quell’altro che a lui non lo avevano fatto capo del politico perché c’era da sistemare l’amante ventenne del Direttore delle Risorse Umane, quell’altro ancora che a lui non avevano concesso l’aspettativa con l’obiettivo di impedirgli di scrivere il suo grande romanzo alla Buzzati, anzi no, alla Arpino, quello che si dava un gran tono con la pipa, perché la pipa in quell’ambiente di nullità vanesie e rococò era da sempre simbolo di eleganza e understatement anglosassone, anche se in realtà dietro quel minuetto si celava un somaro analfabeta di andata e di ritorno, senza dimenticare la cosa più importante di tutte, e cioè che l’esibizione della pipa rappresentava la classica patente del perfetto imbecille, quello che era ora di finirla con l’ossequio ai padroni del vapore, quello che una volta sì che si investiva in quel giornalismo d’inchiesta che di certo ora il nuovo Direttore Responsabile avrebbe fatto tornare in auge, quello che lui fin da bambino era pervaso dal sacro fuoco della cronaca anche se poi il suo vero mestiere era l’affittacamere in nero, quello che lui aveva vinto i prestigiosi premi Giornalismo&Giornalismi, Giornalismo Domani e Obiettivo Giornalismo, quello che da sempre si autocelebrava come fenomeno della professione, ma che era passato alla piccola e meschina storia del quotidiano perché un tal giorno in riunione aveva commentato da par suo la nota politica del mattino arricchendola di considerazioni di assoluto spessore e di acuminate visioni strategiche senza però accorgersi che la Segretaria di Redazione aveva mandato per sbaglio quella del giorno prima, e la cosa più spassosa era che nessuno dei presenti se ne era accorto, quello che visto che tutti ce l’avevano con lui allora lui, come suprema rivolta esistenziale e sfregio urticante al sistema, non tirava l’acqua quando usciva dal bagno, quella che lei sapeva scrivere benissimo di qualsiasi argomento e aveva tre lauree e due docenze universitarie e un’intensa e stimolantissima produzione saggistica e tanti, tanti, tantissimi interessi, e trovava anche il tempo per fare del bene, in forma assolutamente anonima, ben inteso, e veleggiava e volteggiava e sfarfalleggiava ogni giorno lungo gli austeri corridoi della redazione tutta loquace e verace e procace inseguita dall’onda spumosa e cristallina delle risate diffamanti dei colleghi, quella che lei non aveva fatto carriera perché il maschilismo era una brutta bestia che affliggeva da sempre il loro mondo dorato e che mentre si infervorava nel perorare questa battaglia etica, civile e civica per la sacrosanta parità di genere basata solo ed esclusivamente sul merito, la competenza e la più assoluta professionalità non esitava a squadernare sotto gli occhi del nuovo Direttore Responsabile il suo leggendario paio di tette imperiali, quello che a lui lo aveva rovinato la guerra, quello che a lui lo avevano incastrato, quello che a lui l’aveva bloccato la malattia, quello che a lui l’avevano rimasto solo, quello che secondo lui il nuovo Direttore Responsabile era un vero duro e, a chiudere, il più spudorato e al contempo il più geniale di tutti, quello che sentiva l’intero mondo gravargli sulle spalle e che quindi, proprio per questo motivo, camminava pensoso avanti e indietro dal settore cronache di città al settore cultura e spettacoli con un foglio in mano, generalmente bianco o, in alternativa, con la lista della spesa giratagli dalla moglie in bigodini prima di uscire e da effettuarsi preferibilmente durante l’orario di lavoro, ma che serviva a dimostrare il fatto inoppugnabile e insindacabile che si trattasse di un collega particolarmente tormentato e impegnato.
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