Il tempo di McCartney è fatto di ricordi

La novità A più di ottant’anni, l’ex Beatle guarda al passato nel suo ultimo album “The boys of Dungeon Lane”. Ma è vietata qualsiasi sterile nostalgia: nel disco la melodia intreccia le ombre degli amici perduti al presente

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Sono passati quasi sessant’anni da quando Paul McCartney ha pubblicato una canzone intitolata “Quando avrò 64 anni” e ne sono trascorsi quasi venti da quando l’ex Beatle ha davvero raggiunto quell’età. Un modello per tutti, sir Paul è ancora agile e scattante, attivo più che mai, ma è anche consapevole che il trascorrere del tempo lo sta portando al traguardo ultimo e, in questo momento, guardarsi indietro è inevitabile.

Nessun rimpianto

Ma un artista non si limita al rimpianto: lo trasforma in arte, nel suo caso nel pugno di nuove canzoni che compongono “The boys of Dungeon Lane”, ennesimo album della sua lunghissima discografia, ma questo non è un lavoro come tutti gli altri. Lo si evince fin dall’austera copertina, che nel riprodurre la targa di un nuovo luogo che diventerà caro ai fan (almeno quanto Penny lane, Strawberry field e Abbey road), si presenta come un album di foto e, all’interno, le immagini sono anche quelle di John e George, di Brian Epstein, di Neil Aspinall, di tanti cari estinti che popolano la memoria del musicista. I riferimenti sono anche musicali: l’iniziale “As you lie there” ha un finale alla “Come together” con una chitarra “alla George”. Non manca il rock: “Lost horizon” e “Ripples in a pond”, ma dominano le ballate come il singolo “Days we left behind”, vero viaggio nell’adolescenza in cui non sfugge una citazione musicale da “Silly love songs” proprio in un brano che tutto è tranne una sciocca canzone d’amore. “Mountain top” è beatlesiana fin dalle prime note, dal filtro sulla voce all’uso di clavicembalo, Moog e piano Wutlitzer, insomma, sembra proprio un vecchio brano di... Lennon, una nuova “Good morning” che impazzisce nel finale e diventa un rock tirato. Abbiamo detto John? “Down south” racconta dell’amico con cui prendeva il bus tutti i giorni e gli esegeti sanno che quel ragazzo non può che essere Harrison, ricordando quei tempi prima di imparare a “twist and shout”.

La collaborazione con Ringo

Non rimpiange solo i vecchi amici, (bis)nonno Paul: “We two” è per Linda, che se ne andata, ormai, 28 anni fa. Non ha barriere: “la mia mente è un libro aperto, entrate pure” grida a tutta voce in “Come inside”. Ascoltando “Never know” sembra di tornare a “Revolver”, non solo per il titolo, ma per l’utilizzo dei nastri mandati al contrario mentre il flautino è preso di peso da “The fool on the hill” (Macca conserva tutto, magari è proprio lo stesso). Dopo tanti ricordi per i Beatles che non ci sono più, ecco una nuova collaborazione con quello che c’è ancora e, per la prima volta, Paul e Ringo non si limitano a suonare insieme e a qualche coro, ma duettano un “Home to us”. L’album si conclude con quattro gemme: in “Life can be hard” McCartney azzecca un gioiellino squisito che potrebbe arrivare dal “White album”, con l’arrangiamento di Giles Martin. “First star of the night” è dolce e autoconsolatoria. “Salesman saint” racconta di mammà e papà e sfodera anche suoni swing orchestrati sempre da Martin jr. che poi si rivela emulo perfetto del padre in “Momma gets by”, dedicata a mother Mary e a father James. È un disco per vecchi? È un disco da vecchi? Diciamo che è quel disco che ricorda ai giovani che ci sono anziani di cui è un piacere ascoltare i ricordi e da cui è doveroso trarre insegnamenti.

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